

Essere sale e luce"Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa" Mt 5, 13-16.
Con queste parole Gesù faceva comprendere che il regno di Dio che stava per instaurare veniva a svilupparsi dentro alla vita delle persone e che si espandeva a partire dalla vita di coloro nei quali questo regno esisteva. Per questo parla di essere sale, di essere luce: portare il Regno di Dio non voleva dire essere dei meri divulgatori di un messaggio religioso, ma trasmettere attraverso la propria esistenza, nell’azione della grazia, la realtà personale dell’amicizia con Dio, della vita di figli di Dio.
Lo sviluppo del cristianesimo avvenne proprio così. Ciò che mosse alla fede tanti giudei e pagani – come si intravede nel racconto degli Atti - fu la spinta che proveniva dalla vita personale di coloro che credevano al Vangelo: la vita generosa e santa di una madre o di un padre di famiglia, di un militare o di un commerciante, di un impiegato imperiale o di un contadino ....., così come dei ministri della Chiesa: diaconi, presbiteri e vescovi.
L’inizio di un nuovo anno di ministero pastorale può essere per ogni presbitero l’occasione propizia per valutare, prima di ogni opportuna scelta pastorale per il nuovo anno, l’importanza primaria di essere prima di tutto sale e luce con la sua vita personale. Decidersi, con più chiarezza e determinazione, non solo a disimpegnare in modo degno il proprio ministero sacerdotale, ma a farlo cercando prima di tutto la crescita personale nella santità, per essere così sale che dà sapore, luce che illumina.
Sappiamo bene che la vocazione battesimale è chiamata alla santità e che la vocazione al sacerdozio, che in quella si manifesta, non è mera realizzazione di alcuni compiti sacri, ma chiamata a sviluppare la santità nel partecipare in un modo specifico al ministero sacerdotale di Cristo. Sappiamo anche, per esperienza, che potremmo dedicarci a un compimento anche diligente e illuminato del nostro ministero lasciando però in second’ordine – e perdendo talora di vista - la risposta a quelle chiamate che lo Spirito Santo ci rivolge attraverso lo svolgimento dei compiti del ministero: chiamate di conversione, di crescita, alla configurazione profonda con Cristo.
E' possibile scivolare nella tiepidezza: "Sei tiepido se fai pigramente e di malavoglia le cose che si riferiscono al Signore; se vai cercando con calcolo o con furbizia il modo di diminuire i tuoi doveri; se non pensi che a te stesso e alla tua comodità; se le tue conversazioni sono oziose e vane; se non aborrisci il peccato veniale; se agisci per motivi umani" (S. Josemaría Escrivá, Cammino n. 331).
Possono radicarsi atteggiamenti di imborghesimento che ci spinge verso la priorità della comodità personale e dell’affermazione di noi stessi perdendo di vista l’atteggiamento di servizio, intiepidendo il nostro zelo pastorale.
L’epoca che stiamo attraversando sottolinea a tutti i cristiani, e in primo luogo ai presbiteri, la necessità di una testimonianza di santità che emerga dalla propria vita per attrarre e disporre ad accogliere l’annuncio di Cristo. Per la diffusione dei social media si moltiplicano le parole e le immagini che parlano delle realtà evangeliche, ma l’animo umano, pur risvegliato da questi opportuni richiami, ha bisogno del contatto vivo con esistenze profondamente cristiane.
Per questo dobbiamo scacciare la tentazione di “dedicarci alle cose di Dio”, ma “senza procedere prima di tutto personalmente secondo la vita di Dio!” Non possiamo “ dare sapore”, senza essere sale, né “dare luce”, senza “essere luce”. "È necessario – ci dice S. Josemaría - che tu sia "uomo di Dio", uomo di vita interiore, uomo di preghiera e di sacrificio. - Il tuo apostolato dev'essere un traboccare della tua vita "al di dentro" (Cammino n. 961). Per questo è necessario avere a cuore di utilizzare i mezzi che il Signore ci offre per crescere nell’identificazione con Lui.
I sacramenti, di cui siamo dispensatori presso i fedeli, devono essere la nostra forza vitale. Il Sacrificio eucaristico e la Comunione al Corpo di Cristo devono essere davvero centro e radice della nostra vita quotidiana di sacerdoti. Il sacramento della Riconciliazione deve scandire per noi i passi di un cammino reale di conversione e di crescita. La relazione personale con Cristo, attraverso il dialogo sincero della meditazione quotidiana e momenti opportuni di un piano di vita spirituale quotidiano, ci sostiene e ci illumina come avvenne con i discepoli sulla via per Emmaus. È necessario coltivare la nostra formazione spirituale attraverso le opportunità che le stesse diocesi e altre istituzioni della Chiesa ci offrono.
A tutto questo deve accompagnarsi la disposizione ad affrontare la lotta interiore necessaria per seguire il Maestro: “a tutti, diceva: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua»” Lc 9,23. Per far affermare la vita di Cristo in noi, la grazia ha bisogno di trovare la corrispondenza - per amore a Dio - della nostra lotta contro “ l’uomo vecchio”. “Lotta ascetica, intima, che ogni cristiano è tenuto a sostenere contro tutto ciò che nella sua vita non viene da Dio: la superbia, la sensualità, l'egoismo, la superficialità, la meschinità del cuore” (S. Josemaría Escrivá, E’ Gesù che passa, n. 73).
Nella Liturgia dell’ordinazione sacerdotale ci venne chiesto: “Volete essere sempre più uniti strettamente a Cristo Sommo Sacerdote che come vittima pura si è offerto al Padre per noi consacrando voi stessi a Dio insieme a lui per la salvezza degli uomini?”
E ci venne dato questo richiamo: "Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai. Conforma la tua vita al mistero della Croce di Cristo Signore."
Tutto questo ogni giorno, viene reso possibile dalla grazia divina - se attingiamo con fede personale ai sacramenti, alla preghiera liturgica, alla preghiera di intimo dialogo con Dio - proprio attraverso i compiti che ci sono affidati nel nostro quotidiano ministero, nello snodarsi delle varie circostanze che accompagnano la nostra missione. “e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa” Mt 5, 16.
Il Cuore di Gesù, pace
dei cristiani
(nel 50° anniversario della morte di S. Josemaria,
proponiamo alcuni brani di una sua omelia pronunciata nella Solennità del S.
Cuore)
Dio Padre si è degnato di concederci, nel cuore di suo Figlio, infinitos
dilectionis thesauros, tesori inesauribili di amore, di misericordia, di
tenerezza. Per convincerci dell'evidenza dell'amor di Dio - che non solo
ascolta le nostre preghiere, ma le previene - basta seguire il ragionamento di
san Paolo: Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per
tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con Lui?
La grazia rinnova l'uomo dall'interno e lo converte, da peccatore e ribelle, in
servo buono e fedele. E fonte di ogni grazia è l'amore che Dio nutre per noi e
che Egli stesso ci ha rivelato, non soltanto con le parole, ma con i fatti.
L'amore divino fa sì che la seconda Persona della Santissima Trinità, il Verbo
Figlio di Dio Padre, prenda la nostra carne, e cioè la nostra condizione umana,
eccetto il peccato. E il Verbo, Parola di Dio, è Verbum spirans amorem, la
Parola dalla quale procede l'Amore.
L'amore ci si rivela nell'Incarnazione, nel cammino redentore di Gesù Cristo
sulla nostra terra, fino al sacrificio supremo della Croce. E, sulla Croce, si
manifesta con un nuovo segno: Uno dei soldati gli colpì il costato con la
lancia e subito ne uscì sangue e acqua. Acqua e sangue di Gesù che ci parlano
di una donazione realizzata sino in fondo, sino al consummatum est: tutto è
compiuto, per amore.
Nella festa di oggi, considerando ancora una volta i misteri centrali della
nostra fede, ci meravigliamo del modo in cui le realtà più profonde - l'amore
di Dio Padre che dona il Figlio, e l'amore del Figlio che cammina sereno verso
il Calvario - si traducano in gesti così alla portata degli uomini. Dio non si
rivolge a noi in atteggiamento di potenza e di dominio; viene a noi assumendo
la condizione di servo e divenendo simile agli uomini.
Gesù non si mostra mai lontano o altezzoso anche se nei suoi anni di
predicazione lo vediamo a volte indignato e addolorato per la malvagità degli
uomini. Ma, se facciamo attenzione, vediamo subito che il suo sdegno e la sua
ira nascono dall'amore: sono un ulteriore invito a uscire dall'infedeltà del
peccato. Forse che io ho piacere della morte del malvagio - dice il Signore - o
non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?
Queste parole ci spiegano tutta la vita di Cristo e ci fanno comprendere perché
si è presentato a noi con un cuore di carne, con un cuore come il nostro,
sicura prova di amore e testimonianza costante del mistero inenarrabile della
carità divina.
Non posso fare a meno di confidarvi una cosa che mi fa soffrire e mi spinge ad
agire: pensare agli uomini che ancora non conoscono Cristo, che non riescono
ancora a intuire la profondità del tesoro che ci attende nel Cielo, e che
camminano sulla terra come ciechi, inseguendo una gioia della quale ignorano il
vero volto o perdendosi per strade che li allontanano dall'autentica felicità.
Capisco bene ciò che l'apostolo Paolo dovette provare quella notte nella città
di Troade, quando in sogno ebbe una visione: Gli stava davanti un macedone e lo
supplicava: «Passa in Macedonia e aiutaci!». Dopo che ebbe avuto questa
visione, subito cercammo - Paolo e Timoteo - di partire per la Macedonia,
ritenendo che Dio ci aveva chiamati ad annunciarvi la parola del Signore.
Non sentite anche voi che Dio ci chiama, che ci urge, per mezzo di tutto ciò
che accade attorno a noi, a proclamare la buona novella della venuta di Gesù?
Ma, a volte, noi cristiani rimpiccioliamo la nostra vocazione, cadiamo nella
superficialità, perdiamo il tempo in dispute e contese. O, peggio ancora, non
manca chi si scandalizza falsamente per il modo in cui alcuni vivono certi
aspetti della fede o determinate devozioni e, invece di aprir nuove strade
sforzandosi essi stessi di viverle nella maniera che ritengono retta, si
dedicano a criticare e a distruggere. Certamente possono verificarsi, e di
fatto si verificano, delle manchevolezze nella vita dei cristiani. Ma ciò che
importa non siamo noi con le nostre miserie: l'unica cosa che conta è Lui,
Gesù. È di Cristo che dobbiamo parlare, non di noi stessi.
Queste riflessioni mi vengono suggerite da alcune voci intorno a una supposta
"crisi" della devozione al Sacro Cuore di Gesù. Tale crisi non
esiste; la vera devozione è stata ed è tuttora un atteggiamento vivo, pieno di
senso umano e di senso soprannaturale. I suoi frutti sono, ieri come oggi,
frutti saporosi di conversione e di donazione, di compimento della volontà di
Dio, di penetrazione amorosa dei misteri della Redenzione. Cosa ben
diversa sono invece le manifestazioni di certo sentimentalismo inefficace,
carente di dottrina e impastato di pietismo. Nemmeno a me piacciono quelle immagini
leccate, quelle figure del Sacro Cuore che non possono ispirare alcuna
devozione a persone dotate di buon senso umano e soprannaturale. Ma non si dà
prova di correttezza logica quando si trasformano certi abusi pratici,
destinati a estinguersi da soli, in problemi dottrinali e teologici.
Se crisi c'è, è quella del cuore degli uomini, che non riescono - per miopia,
per egoismo, per ristrettezza di orizzonti - a intravvedere l'insondabile amore
di Cristo nostro Signore. La liturgia con cui la Santa Chiesa celebra, fin
dalla sua istituzione, la festa del Sacro cuore, ha sempre offerto l'alimento
della vera pietà raccogliendo come lettura della Messa un testo di san Paolo
che ci propone tutto un programma di vita contemplativa - conoscenza e amore,
orazione e vita - che si fonda proprio sulla devozione al Cuore di Gesù. Dio
stesso, per bocca dell'Apostolo, ci invita a percorrere questo cammino: Cristo
abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità,
siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l'ampiezza, la
lunghezza, l'altezza e la profondità, e conoscere l'amore di Cristo che
sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio.
La pienezza di Dio ci viene rivelata e ci viene data in Cristo, nell'amore di
Cristo, nel Cuore di Cristo. Perché è il cuore di Colui nel quale abita
corporalmente tutta la pienezza della divinità. Ma quando si perde di vista
questo grande disegno divino - la corrente d'amore instaurata nel mondo con
l'Incarnazione, la Redenzione e la Pentecoste - non si potrà mai comprendere
tutta la ricchezza del Cuore del Signore.
Prestiamo attenzione al significato profondo racchiuso in queste parole: Sacro
Cuore di Gesù. Quando parliamo del cuore umano non ci riferiamo solo ai
sentimenti, ma alludiamo a tutta la persona che vuol bene, che ama e frequenta
gli altri. Nel modo umano di esprimerci, il modo raccolto dalle Sacre Scritture
perché potessimo intendere le cose divine, il cuore è considerato come il
compendio e la fonte, l'espressione e la radice ultima dei pensieri, delle
parole e delle azioni. Un uomo, per dirla nel nostro linguaggio, vale ciò che
vale il suo cuore. Al cuore appartengono: la gioia - gioisca il mio cuore
nella tua salvezza; il pentimento - il mio cuore è come cera, si fonde in mezzo
alle mie viscere; la lode a Dio - effonde il mio cuore liete parole; la
decisione di ascoltare il Signore - saldo è il mio cuore; la veglia amorosa -
io dormo, ma il mio cuore veglia; e anche il dubbio e il timore - non sia turbato
il vostro cuore, abbiate fede in me.
Il cuore non si limita a sentire: sa e capisce. La legge di Dio si scrive nel
cuore e in esso rimane scritta. La Scrittura aggiunge ancora: La bocca parla
dalla pienezza del cuore. Il Signore apostrofa gli scribi: Perché mai pensate
cose malvagie nei vostri cuori?. E, come sintesi dei peccati che l'uomo può
commettere, Gesù dice: Dal cuore provengono i propositi malvagi, gli omicidi,
gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le
bestemmie. Quando la Sacra Scrittura parla del cuore, non intende un
sentimento passeggero che porta all'emozione o alle lacrime. Parla del cuore -
come testimonia lo stesso Gesù - per riferirsi alla persona che si rivolge
tutta, anima e corpo, a ciò che considera il suo bene: Perché là dov'è il tuo
tesoro, sarà anche il tuo cuore.
Ecco pertanto che, considerando il Cuore di Gesù, scopriamo la certezza
dell'amore di Dio e la verità del suo donarsi a noi. Nel raccomandare la
devozione al Sacro Cuore, non facciamo che raccomandare di orientare
integralmente noi stessi, con tutto il nostro essere - la nostra anima, i
nostri sentimenti, i nostri pensieri, le nostre parole e le nostre azioni, le
nostre fatiche e le nostre gioie - a Gesù tutto intero. La vera devozione
al Cuore di Gesù consiste in questo: conoscere Dio e conoscere noi stessi,
guardare a Gesù e ricorrere a Lui che ci esorta, ci istruisce, ci guida. In
questa devozione non si dà altra superficialità che quella dell'uomo che, non
essendo interamente umano, non riesce a cogliere la realtà del Dio incarnato.
Gesù crocifisso, con il cuore trafitto dall'amore per gli uomini, è una
risposta eloquente - le parole sono superflue - alla domanda sul valore delle
cose e delle persone. Gli uomini, la loro vita e la loro felicità, valgono
tanto che lo stesso Figlio di Dio si dona loro per redimerli, purificarli,
elevarli. Chi non amerà quel Cuore così ferito? si domandava un'anima
contemplativa, davanti a questo spettacolo. E continuava: Chi non ricambierà
amore per amore? Chi non abbraccerà un Cuore così puro? Noi, che siamo di
carne, pagheremo amore con amore, abbracceremo il nostro ferito, al quale gli
empi hanno trapassato mani e piedi, il costato e il Cuore. Chiediamogli che si
degni di legare il nostro cuore con il vincolo del suo amore e di ferirlo con
la lancia, perché è ancora duro e impenitente.
Sono pensieri, affetti, espressioni che da sempre le anime innamorate hanno
rivolto a Gesù. Ma per intendere questo linguaggio, per capire veramente il
cuore umano, il Cuore di Cristo e l'amore di Dio, occorrono fede e umiltà.
Frutto di fede e di umiltà sono le parole universalmente famose che
sant'Agostino ci ha lasciato: Ci hai creato, Signore, per te, e il nostro cuore
è inquieto finché non riposa in te.
Quando si trascura l'umiltà, l'uomo pretende di appropriarsi di Dio, e non
nella maniera divina che Cristo ha reso possibile dicendo: Prendete e mangiate,
questo è il mio corpo; bensì cercando di ridurre la grandezza divina ai limiti
umani. La ragione umana, la ragione fredda e cieca che non è l'intelligenza che
procede dalla fede, e nemmeno la retta intelligenza di chi sa gustare e amare
le cose, si trasforma nell'insensatezza di chi sottomette ogni cosa alle sue
povere esperienze banali, quelle che rimpiccioliscono la verità sovrumana e
ricoprono il cuore di una crosta insensibile alle mozioni dello Spirito Santo.
La nostra povera intelligenza si smarrirebbe se non ci venisse incontro il
potere misericordioso di Dio che rompe le frontiere della nostra miseria: Vi
darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò da voi
il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. E l'anima ritrova la luce, si
riempie di gioia, davanti alle promesse della Sacra Scrittura. (continua)
Giugno 2025
Nella viva luce della Pasqua il Signore ha voluto chiamare a Sé Papa Francesco. Per diverse settimane eravamo stati in apprensione per la sua salute, pregando per lui e per la Chiesa e, quando sembrava ormai inatteso, è giunto il momento in cui la sua vita terrena si è conclusa.
Nella morte di ogni persona cara, insieme al dolore del distacco, brillano come luci, come chiamate che ci interpellano, le realtà di bene che si sono manifestate nella sua vita. Così sta avvenendo, in modo particolare, per Papa Francesco: in questi giorni è emersa alla nostra mente e al nostro cuore la ricca eredità della sua testimonianza e gli appelli che lo Spirito Santo ci ha rivolto attraverso di lui per il nostro cammino di cristiani.
È un compito che vogliamo portare avanti nella preghiera, nella riflessione alla luce dello Spirito Santo, per ringraziare il Signore e mettere a frutto nella nostra vita i doni ricevuti mentre, allo stesso tempo, preghiamo per lui e per il cammino che attende la Chiesa con il nuovo successore di Pietro che verrà eletto nei prossimi giorni.
In quest’ultimo scorcio del suo pontificato, tra i motivi ricorrenti che hanno caratterizzato l’insegnamento di Papa Francesco a partire dall’indizione del Giubileo, c’è quello della Speranza:" «Spes non confundit », «la speranza non delude» (Rm 5,5) – ci diceva nella Bolla di indizione del Giubileo. "Per tutti, possa essere un momento di incontro vivo e personale con il Signore Gesù, «porta» di salvezza (cfr. Gv 10,7.9); con Lui, che la Chiesa ha la missione di annunciare sempre, ovunque e a tutti quale «nostra speranza» (1Tm 1,1). (…). La speranza, infatti, nasce dall’amore e si fonda sull’amore che scaturisce dal Cuore di Gesù trafitto sulla croce”.
Secondo i disegni divini la chiamata di Papa Francesco a crescere nella Speranza, in questo tempo di preparazione alla Pasqua, si è intrecciata con l’esperienza della malattia che lo ha preparato all’incontro con Gesù risorto, la Pasqua eterna della sua vita.
Nell’omelia della Domenica delle Palme, Papa Francesco ha condotto il nostro sguardo su Simone di Cirene “Mentre guardiamo, tra la folla, i volti dei soldati e le lacrime delle donne, la nostra attenzione viene attirata da uno sconosciuto, il cui nome entra nel Vangelo all’improvviso: Simone di Cirene. Quest’uomo viene preso dai soldati, che «gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù»” (…) egli si trova a partecipare in prima persona alla passione del Signore. La croce di Gesù diventa la croce di Simone”.
Nella singolare condizione di Simone Papa Francesco ci aiuta a scoprire quella nella quale si vengono a trovare tanti uomini e donne chiamati ad affrontare la sofferenza che la vita carica sulle loro spalle. Insieme a Simone possiamo riflettere sul mistero della croce che egli seppe abbracciare.
“Se ricordiamo che cosa ha fatto Simone per Gesù, ricordiamo pure che cosa ha fatto Gesù per Simone – come per me, per te, per ognuno di noi –: ha redento il mondo. La croce di legno, che il Cireneo sopporta, è quella di Cristo, che porta il peccato di tutti gli uomini. Lo porta per amore nostro, in obbedienza al Padre (cfr Lc 22,42), soffrendo con noi e per noi. È proprio questo il modo, inatteso e sconvolgente, col quale il Cireneo viene coinvolto nella storia della salvezza, dove nessuno è straniero, nessuno è estraneo. (…)
Vediamo il Signore nei loro volti, straziati dalla guerra e dalla miseria? Davanti all’atroce ingiustizia del male, portare la croce di Cristo non è mai vano, anzi, è la maniera più concreta di condividere il suo amore salvifico".
La crescita nella Speranza, per noi sacerdoti, si sviluppa altresì attraverso una rinnovata fede in quella singolare partecipazione alla missione messianica di Cristo, al suo Sacerdozio, a cui siamo stati chiamati. Nell’Omelia della Messa crismale, commentando il passo del Vangelo: “entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo“ (Lc 4,16-17) Papa Francesco ci aiuta a leggere: “In Gesù si apre il libro della storia e lo si può leggere. Anche noi sacerdoti abbiamo una storia: rinnovando il Giovedì Santo le promesse dell’Ordinazione, confessiamo di poterla leggere soltanto in Gesù di Nazaret. «Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue» (Ap 1,5) apre anche il rotolo della nostra vita e ci insegna a trovare i passi che ne rivelano il senso e la missione. Quando lasciamo che sia Lui a istruirci, il nostro diventa un ministero di speranza, perché in ognuna delle nostre storie Dio apre un giubileo, cioè un tempo e un’oasi di grazia, (…)È un popolo intero a trovare ristoro, quando il giubileo inizia nella nostra vita: (…) in quella prossimità quotidiana del prete alla sua gente in cui le profezie di giustizia e di pace si adempiono.
Se Gesù nel rotolo ha trovato questo passo, oggi lo continua a leggere nella biografia di ognuno di noi. Primariamente perché, fino all’ultimo giorno, è sempre Lui a evangelizzarci, a liberarci dalle prigioni, ad aprirci gli occhi, a sollevare i pesi caricati sulle nostre spalle. E poi perché, chiamandoci alla sua missione e inserendoci sacramentalmente nella sua vita, Egli libera anche altri attraverso di noi. In genere, senza che ce ne accorgiamo. Il nostro sacerdozio diventa un ministero giubilare, come il suo”.
La rinnovata apertura alla grazia che ci identifica con Cristo Messia e sacerdote ci fa rivivere nella vita di ogni giorno, il mistero pasquale di morte e risurrezione e ci trasforma in annunciatori di una Speranza che germoglia e cresce a poco a poco nella nostra vita: la luce lentamente risplende anche se siamo nelle tenebre; la speranza di una vita nuova e di un mondo finalmente liberato ci attende; un nuovo inizio può sorprenderci benché a volte ci sembri impossibile, perché Cristo ha vinto la morte (…)
La forza e la fecondità della Speranza crescono in noi al passo del nostro immergerci personalmente nel mistero della morte e risurrezione di Cristo. “Fratelli e sorelle, ecco la speranza più grande della nostra vita: possiamo vivere questa esistenza povera, fragile e ferita aggrappati a Cristo, perché Lui ha vinto la morte, vince le nostre oscurità e vincerà le tenebre del mondo, per farci vivere con Lui nella gioia, per sempre (…). Il Giubileo ci chiama a rinnovare in noi il dono di questa speranza, a immergere in essa le nostre sofferenze e le nostre inquietudini, a contagiarne coloro che incontriamo sul cammino, ad affidare a questa speranza il futuro della nostra vita e il destino dell’umanità (…)” (Omelia della Messa del giorno di Pasqua 2025).
“L’amore ha vinto l’odio. La luce ha vinto le tenebre. La verità ha vinto la menzogna. Il perdono ha vinto la vendetta. Il male non è scomparso dalla nostra storia, rimarrà fino alla fine, ma non ha più il dominio, non ha più potere su chi accoglie la grazia di questo giorno….” (Messaggio «urbi et orbi» - Pasqua 2025).
Papa Francesco ci ha lasciati spendendo fino alla fine la sua paternità per condurci sulle vie della “Speranza che non delude”. Mentre preghiamo per lui e per la Chiesa intera - e già per colui che lo Spirito Santo chiamerà a succedergli sulla Cattedra di Pietro - raccogliamo, da buoni figli, le luci forti e attraenti che ci ha donato e gli inviti accorati che ci ha rivolto per camminare personalmente ed esercitare il nostro ministero sacerdotale “al passo della Speranza”. “Sì, la risurrezione di Gesù è il fondamento della speranza: a partire da questo avvenimento, sperare non è più un’illusione. No. Grazie a Cristo crocifisso e risorto, la speranza non delude! Spes non confundit! (cfr Rm 5,5). E non è una speranza evasiva, ma impegnativa; non è alienante, ma responsabilizzante. Quanti sperano in Dio pongono le loro fragili mani nella sua mano grande e forte, si lasciano rialzare e si mettono in cammino: insieme con Gesù risorto diventano pellegrini di speranza, testimoni della vittoria dell’Amore, della potenza disarmata della Vita" (Messaggio «urbi et orbi» - Pasqua 2025).
Qualche giorno fa, durante la celebrazione della santa Messa, mi sono soffermato un istante sulle parole del salmo che la liturgia proponeva come antifona di Comunione: «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla» [Sal 22, 1. Antifona alla Comunione del sabato della IV settimana di Quaresima]. Questa invocazione mi aveva riportato alla memoria il versetto di un altro salmo che si recitava un tempo nella cerimonia della prima tonsura: «Il Signore è la parte della mia eredità» [Sal 15, 5]. Cristo stesso si mette infatti nelle mani dei sacerdoti, che diventano così «dispensatori dei misteri» — dei portenti — «del Signore» [1 Cor 4, 1]. (…)
Il sacerdozio porta a servire Dio in uno stato che non è, in sé stesso, migliore o peggiore di altri: è diverso. Tuttavia, la vocazione sacerdotale si presenta rivestita di una dignità e di una grandezza tali che null'altro sulla terra può superare. Santa Caterina da Siena pone sulle labbra di Gesù queste parole: «Io non volevo che la riverenzia verso di loro diminuisse... perché ogni riverenzia che si fa a loro, non si fa a loro, ma a me, per la virtù del Sangue che io l'ho dato a ministrare. Unde, se non fusse questo, tanta riverenzia avareste a loro quanta agli altri uomini del mondo, e non più... E così non debbono essere offesi, però che, offendendo loro, offendono me e non loro. E già l'ho vetato, e detto che i miei Cristi non voglio che sieno toccati per le loro mani» [Santa Caterina da Siena, Il Dialogo della divina Provvidenza, cap. 116; cfr Sal 104, 15].
Taluni si affannano a cercare quella che chiamano l'identità del sacerdote. Quanto sono chiare le parole della santa di Siena! Qual è l'identità del sacerdote? Quella di Cristo. Tutti noi cristiani possiamo e dobbiamo essere non soltanto alter Christus, ma anche ipse Christus: un altro Cristo; lo stesso Cristo! Ma il sacerdote lo è in modo immediato, in forma sacramentale.
«Per realizzare un'opera così grande» — quella della Redenzione — «Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel Sacrificio della Messa sia nella persona del ministro, "Egli che, offertosi una volta sulla croce, offre ancora sé stesso per il ministero dei sacerdoti", sia soprattutto sotto le specie eucaristiche» [Concilio Vaticano II, cost. Sacrosanctum Concilium, 7; cfr Concilio di Trento, doctr. De ss. Missae sacrif., cap. 2; DS 1743]. Per mezzo del Sacramento dell'Ordine, il sacerdote è reso effettivamente idoneo a prestare a Gesù nostro Signore la voce, le mani e tutto il suo essere; è Gesù che, nella santa Messa, con le parole della Consacrazione, cambia la sostanza del pane e del vino nel suo Corpo, nella sua Anima, nel suo Sangue e nella sua Divinità.
È questo il fondamento dell'incomparabile dignità del sacerdote. È una grandezza ricevuta in prestito, compatibile con la mia pochezza. Prego Dio nostro Signore che conceda a tutti noi sacerdoti la grazia di compiere santamente le cose sante, di rispecchiare con la nostra stessa vita lo splendore delle grandezze del Signore. «Noi che celebriamo i misteri della Passione del Signore, dobbiamo imitare quello che facciamo. E allora l'ostia occuperà il nostro posto al cospetto di Dio, perché noi stessi ci facciamo ostia» [S. Gregorio Magno, Dialoghi, 4, 59].
Qualora vi imbattiate in un sacerdote che per il suo contegno non sembra vivere secondo il Vangelo — non sta a voi giudicarlo, lo giudica Dio — sappiate che se celebra validamente la santa Messa, con l'intenzione di consacrare, il Signore non si rifiuta di scendere nelle sue mani, ancorché siano indegne. È possibile una donazione maggiore, un annientamento più grande? Più che a Betlemme, più che sul Calvario. Perché? Perché Gesù Cristo ha il cuore angosciato dall'ansia di redenzione, perché non vuole che qualcuno possa dire di non essere stato chiamato, perché Egli stesso va incontro a coloro che non lo cercano.
Egli è Amore! E non c'è altra spiegazione. Quanto sono insufficienti le parole per parlare dell'Amore di Cristo! Egli si adatta a tutto, accetta tutto, si espone a tutto — ai sacrilegi, alle bestemmie, alla fredda indifferenza di tanti — pur di offrire, anche a un solo uomo, l'occasione di scoprire i palpiti del suo Cuore ardente, nel suo petto ferito.
L'identità del sacerdote è questa: essere strumento immediato e quotidiano della grazia salvifica che Cristo ha meritato per noi. Quando si comprende questo principio, quando lo si medita nell'attivo silenzio della preghiera, come possiamo considerare il sacerdozio una rinuncia? È un guadagno incalcolabile. Maria Santissima, nostra Madre, la più santa delle creature — più di Lei solo Dio — trasse una sola volta Gesù al mondo; i sacerdoti lo portano su questa terra, al nostro corpo, alla nostra anima, tutti i giorni: e Gesù viene, per nutrirci, per vivificarci, per essere fin da ora pegno della vita futura. (…)
È opportuno ricordare, con caparbia insistenza, che tutti i sacerdoti — sia noi peccatori che quelli che sono santi — quando celebrano la santa Messa non sono più sé stessi. Sono Cristo che rinnova sull'Altare il suo divino Sacrificio del Calvario. «Nel mistero del Sacrificio Eucaristico, in cui i sacerdoti svolgono la loro funzione principale, viene esercitata ininterrottamente l'opera della nostra Redenzione, e quindi se ne raccomanda caldamente la celebrazione quotidiana, la quale è sempre un atto di Cristo e della sua Chiesa, anche quando non è possibile che vi assistano i fedeli» [Presbyterorum ordinis, 13].
Il Concilio di Trento insegna che «nel divino Sacrificio che si realizza nella Messa, è contenuto e incruentemente immolato quello stesso Cristo che una sola volta ha offerto sé stesso cruentemente sull'altare della Croce... Una sola e la stessa è infatti la vittima; colui che ora viene offerto per mezzo del ministero dei sacerdoti è lo stesso che allora si offrì sulla Croce, essendo diverso soltanto il modo di offrirsi» [De ss. Missae sacr., cap. 2].
La presenza o l'assenza dei fedeli alla santa Messa non modifica in nulla questa verità di fede. Quando celebro circondato dal popolo, ne provo piacere, ma non ho bisogno di considerarmi presidente di un'assemblea. Da un lato, sono un fedele come gli altri; ma, dall'altro, sono anche e soprattutto Cristo sull'Altare. Rinnovo incruentemente il divino Sacrificio del Calvario e consacro in persona Christi, perché rappresento realmente Gesù Cristo, gli do in prestito il mio corpo, la mia voce, le mie mani, il mio povero cuore tanto spesso macchiato e bisognoso di essere da Lui purificato.
Quando celebro la santa Messa con la sola partecipazione di colui che mi aiuta, anche allora il popolo è presente. Sento accanto a me tutti i cattolici, tutti i credenti e anche quelli che non credono. Sono presenti tutte le creature di Dio — la terra, il cielo, il mare, gli animali e le piante —: è la Creazione intera che dà gloria al Signore.
Ma più ancora mi unisco in sommo grado — dirò con le parole del Concilio Vaticano II — al culto della Chiesa celeste, comunicando con essa e venerando la memoria soprattutto della gloriosa sempre Vergine Maria, del beato Giuseppe e dei beati apostoli e martiri, e di tutti i santi [Cfr Lumen gentium, 50].
Chiedo a tutti i fedeli che preghino molto per noi sacerdoti perché sappiamo compiere santamente il santo Sacrificio. Chiedo loro di dimostrare un amore così delicato alla santa Messa, da spingerci a celebrarla con dignità — con eleganza — umana e soprannaturale; con decoro nei paramenti e negli oggetti destinati al culto, con devozione, senza fretta.
Perché questa fretta? Gli innamorati hanno forse fretta di salutarsi dopo un incontro? Sembra che si lascino, ma non se ne vanno; ritornano una volta e un'altra, e si dicono parole comuni come se le scoprissero solo allora... Non abbiate timore di riferire alle cose di Dio gli esempi suggeriti dall'amore nobile e puro degli uomini. Se amiamo il Signore con il nostro cuore di carne — non abbiamo che questo — non avremo fretta di terminare questo incontro, questo appuntamento d'amore con Lui.
Alcuni procedono con calma, né gli importa di prolungare fino alla stanchezza letture, monizioni e avvisi. Ma quando giungono al momento principale della santa Messa, al Sacrificio propriamente detto, diventano precipitosi e contribuiscono a far sì che i fedeli non adorino con devozione Cristo Sacerdote e Vittima, né imparino a rendergli grazie — con calma, senza precipitazione — per essere voluto venire ancora una volta in mezzo a noi.
Tutti gli affetti e i bisogni di un cuore cristiano trovano nella santa Messa il loro vero alveo: quello che, per mezzo di Cristo, conduce al Padre nello Spirito Santo. Il sacerdote deve porre ogni cura perché tutti lo sappiano e lo vivano. Non c'è, ordinariamente, nessuna attività che possa essere anteposta a quella di far conoscere, amare e venerare la Sacra Eucaristia. (…)
Quando un sacerdote vive la santa Messa come si deve — adorando, espiando, impetrando, rendendo grazie, identificandosi con Cristo — e insegna agli altri a fare del Sacrificio dell'Altare il centro e la radice della vita cristiana, dimostra realmente la grandezza incomparabile della sua vocazione, e cioè quel carattere che porta impresso e che non perderà per tutta l'eternità.
Tempo di misericordia, tempo di conversione
“Tu ami tutte le tue creature, Signore, e nulla disprezzi di ciò che hai creato; tu dimentichi i peccati di quanti si convertono e li perdoni, perché tu sei il Signore nostro Dio” (Liturgia del Mercoledì delle Ceneri). Si rinnova un tempo di tenerezza paterna del nostro Dio che si fa incontro ai suoi figli per portarli più dentro alla sua stessa vita, aiutandoli ad allontanare da sé ciò che vi si oppone o che la ostacola. Per questo la grazia della misericordia divina ci chiama alla conversione. “Il Signore non si accontenta di condividere: chiede tutto. E avvicinarsi un po' di più a Lui vuol dire essere disposti a una nuova conversione” (S. Josemaría Escrivá - È Gesù che passa, n.58). È il mistero della gelosia divina che non si riferisce a una desiderio di possesso, ma alla volontà di salvarci e di guidare la nostra vita alla sua pienezza, alla vera gioia.
La grazia della Quaresima si fa particolarmente intensa in quest’anno giubilare. Il Giubileo, infatti, è la manifestazione della grande misericordia di Dio per il suo popolo, testimonianza di quanto Egli ci ama e perciò rivelazione di quanto merita di essere amato: in questa luce il Giubileo è tempo nel quale, toccati dalla misericordia del Padre, siamo invitati ad aprirci a una profonda conversione al Suo amore. “Per tutti, possa essere un momento di incontro vivo e personale con il Signore Gesù, «porta» di salvezza” (Papa Francesco - Spes non confundit), dal quale scaturisca una più profonda esigenza di amore: “il seme divino della carità, che Dio ha posto nelle nostre anime, aspira a crescere, a manifestarsi in opere e a produrre frutti che in ogni momento corrispondano ai desideri del Signore" (S. Josemaría Escrivá - È Gesù che passa, n.58).
L’invito alla conversione risuona con particolare pregnanza nel cuore dei pastori. Guidare le figlie e i figli di Dio sulle strade della misericordia divina e della conversione per una più piena partecipazione alla vita della grazia, chiede a loro per primi una piena disponibilità di ascolto dello Spirito, in un rinnovato incontro personale col Signore crocifisso e risorto che muova alla maturazione di una nuovo cambiamento, un nuovo passo nel cammino della propria santificazione. La volontà di corrispondenza alla grazia si manifesterà, e prenderà corpo, nel percorrere con umile determinazione il cammino quaresimale della preghiera, della penitenza e dell’esercizio della carità. “Queste tre cose, preghiera, digiuno, misericordia, sono una cosa sola, e ricevono vita l'una dall'altra” (S. Pietro Crisologo - Discorsi).
In primo luogo, la preghiera: “quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto”. Raccogliersi nell’intimità con Dio in una preghiera piena di sincerità e disponibilità. “.. io vorrei per tutti noi la vera orazione dei figli di Dio, - ci esorta S. Josemaria Escrivá - non la verbosità degli ipocriti a cui è rivolto l'ammonimento di Gesù: Non chiunque mi dice: «Signore, Signore!» entrerà nel regno dei cieli [Mt 7, 21]. Coloro che sono mossi da ipocrisia potranno forse ottenere il rumore dell'orazione - scriveva Sant'Agostino - ma non la sua voce, perché in essi manca la vita [Sant'Agostino, Enarrationes in Psalmos, 139, 10], perché manca la disposizione di compiere la volontà del Padre. Il nostro invocare il Signore vada dunque unito al desiderio efficace di tradurre in realtà le mozioni interiori che lo Spirito Santo suscita nella nostra anima” (S. Josemaría Escrivá - Amici di Dio, 243).
È un richiamo a superare la routine nella quale talora la nostra preghiera perde il contatto vivo e personale con Dio e perciò non ha una vera incidenza sulla nostra vita. «Chiediamoci, magari dopo tanti anni di ministero, che cos’è oggi per noi, che cos’è oggi per me, pregare. Forse la forza dell’abitudine e una certa ritualità ci hanno portati a credere che la preghiera non trasformi l’uomo e la storia. Invece pregare è trasformare la realtà. È una missione attiva, un’intercessione continua. Non è distanza dal mondo, ma cambiamento del mondo. Pregare è portare il palpito della cronaca a Dio perché il suo sguardo si spalanchi sulla storia. Cos’è per noi pregare? E ci farà bene oggi domandarci se la preghiera ci immerge in questa trasformazione; se getta una luce nuova sulle persone e trasfigura le situazioni. Perché se la preghiera è viva, “scardina dentro”, ravviva il fuoco della missione, riaccende la gioia, provoca continuamente a lasciarci inquietare dal grido sofferente del mondo» (Francesco, Omelia, 12 marzo 2022).
Alla preghiera si uniscono la penitenza e la mortificazione: “La vocazione cristiana è vocazione di sacrificio, di penitenza, di espiazione. Dobbiamo riparare per i nostri peccati (…) e per tutti i peccati degli uomini. (…) La mortificazione è il sale della nostra vita. E la migliore mortificazione è quella che - in piccole cose, lungo tutta la giornata - combatte contro la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita. Si tratta di mortificazioni che non mortificano gli altri, che ci rendono più garbati, più comprensivi, più aperti con tutti” (S. Josemaría Escrivá - È Gesù che passa, n.9).
Il frutto genuino di un autentico cammino di preghiera e di sacrificio si manifesterà nella crescita della carità. “Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica. (…) Ascolti chi ha fame, se vuole che Dio gradisca il suo digiuno. Abbia compassione, chi spera compassione. Chi domanda pietà, la eserciti. Chi vuole che gli sia concesso un dono, apra la sua mano agli altri” (S. Pietro Crisologo - Discorsi).
In quest’anno giubilare e in particolare nel tempo di Quaresima, una manifestazione particolare della carità pastorale dei presbiteri è quella di saper dispensare con generosità la grazia del Sacramento della Riconciliazione, invitando i fedeli ad abbeverarsi a questa sorgente di Speranza, “insostituibile punto di partenza di un reale cammino di conversione” (Papa Francesco - Spes non confundit). Per questo “nelle Chiese particolari si curi in modo speciale la preparazione dei sacerdoti e dei fedeli alle Confessioni e l’accessibilità al sacramento nella forma individuale" (ibidem).
Un impegno pastorale che talora può risultare faticoso per quanti sono spesso da soli alla guida di una comunità parrocchiale, ma che sarà feconda per il cammino di rinnovamento e di crescita spirituale dei fedeli affidatici. “… a immagine del Buon Pastore, il prete è uomo di misericordia e di compassione, vicino alla sua gente e servitore di tutti … Chiunque si trovi ferito nella propria vita, in qualsiasi modo, può trovare in lui attenzione e ascolto… In particolare il prete dimostra viscere di misericordia nell’amministrare il sacramento della Riconciliazione; lo dimostra in tutto il suo atteggiamento, nel modo di accogliere, di ascoltare, di consigliare, di assolvere… Ma questo deriva da come lui stesso vive il sacramento in prima persona, da come si lascia abbracciare da Dio Padre nella Confessione, e rimane dentro questo abbraccio… Se uno vive questo su di sé, nel proprio cuore, può anche donarlo agli altri nel ministero”. (Papa Francesco - Ai parroci di Roma 6 marzo 2014)
Come “ buoni pastori” siamo chiamati a precedere il gregge in un rinnovato amore e fedeltà nell’accostarci personalmente con frequenza al Sacramento della Riconciliazione riscoprendone i frutti copiosi per il nostro cammino di santificazione.“Lasciamoci fin d’ora attrarre dalla speranza e permettiamo che attraverso di noi diventi contagiosa per quanti la desiderano. Possa la nostra vita dire loro: «Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore» (Sal 27,14).(Papa Francesco – Spes non confundit)
Tuttavia il desiderio del cristiano di penetrare il senso profondo dell’Incarnazione lo spinge alla contemplazione attenta di quella crescita di Gesù “ in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini”(Lc 2,52). Lo sguardo interiore va percorrendo quei tanti anni in cui Gesù visse a Nazareth, con Maria e Giuseppe, cercando di cogliere il mistero del “Dio con noi”: delle situazioni abituali dell’esistenza umana che vengono illuminate e trasformate dall'umanità di Cristo. Ad uno sguardo superficiale si sarebbe portati a considerarli “anni oscuri” – come talora sono stati chiamati - per l’assenza di una narrazione specifica nei Vangeli. Nella luce dello Spirito invece, essi diventano “luminosi come la luce del sole” nel rivelare lo svolgersi del cammino della redenzione e della santificazione dell’esistenza umana nei percorsi della vita ordinaria.
"Gesù, che cresce e vive come uno di noi, ci rivela che l'esistenza umana, con le sue situazioni più semplici e comuni, ha un senso divino. (…) Per sei lustri Gesù non fu che questo: fabri filius, il figlio dell'artigiano. (…) la sua vita era stata la vita comune della gente della sua terra. (…) era noto come faber, filius Mariae, l'artigiano, figlio di Maria" (S. Josemaría Escrivá, È Gesù che passa, n.14-15).
I gesti, i pensieri, i desideri, le azioni, i compiti che si ripetono nell’esistenza quotidiana di tanti milioni di uomini e donne sulla faccia della terra nel condividere la vita famigliare, nel portare avanti un lavoro, nel nutrirsi, nel riposare, nell’intessere relazioni quotidiane con gli altri, ecc. sembrano realtà ovvie, necessarie, che consideriamo spesso senza valore, quasi anonime, riguardo al rapporto con Dio che sembrerebbe concentrarsi invece nella vita sacramentale e nei momenti esclusivamente dedicati alla preghiera. Eppure, dopo l’Incarnazione del Verbo, per il vivere quotidiano di Cristo a Nazareth, tutte le realtà della vita ordinaria si aprono a un significato divino. Vivendo quegli stessi gesti e compiti, Gesù esprimeva continuamente, attraverso di essi, la sua relazione filiale con il Padre: una realtà di amore, di unione, di fedele compimento della Sua volontà. Ogni suo gesto è una scintilla d’amore che intende accendere il fuoco dell’amore di Dio ai gesti della vita ordinaria di ogni uomo che vive la vicenda di questo mondo: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! " (Lc 12,49)
“Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio” (Papa Francesco, Gaudete et exultate, n.7).
Durante quei trent’anni di vita a Nazareth, Gesù ha depositato nei gesti e nelle piccole azioni della vita quotidiana, qualcosa di santo. “Sappiatelo bene: c'è un qualcosa di santo, di divino, nascosto nelle situazioni più comuni, qualcosa che tocca a ognuno di voi scoprire” (S. Josemaría Escrivá, Colloqui n.114).
La vita ordinaria nel mondo diviene luogo dove Dio abita e dove ci attende per incontrarci, per portare avanti il dialogo con le sue creature, con i suoi figli e le sue figlie. Lì Dio Padre vuole che scopriamo la realtà del suo amore e che riconosciamo in quei compiti, in quei piccoli gesti, in quelle relazioni, la chiamata a dargli, come Gesù – e come Maria e Giuseppe - la nostra risposta di amore: con la premura, la diligenza, la carità, lo spirito di servizio, la laboriosità, la rettitudine che trasformano ogni gesto in un dono di amore a Lui. Le realtà della vita ordinaria si rivelano, in tal modo, come i piccoli passi del cammino di santificazione – di identificazione con Cristo – al quale è chiamato ogni battezzato. Seguendo le orme della vita quotidiana di Gesù a Nazareth - e con lui, la vita di Maria e di Giuseppe - la prosa quotidiana, si trasforma in poesia (cfr. S. Josemaría Escrivá, Colloqui n.116). Allora acquistano valore le piccole cose che spesso disprezziamo, protesi alla ricerca delle cose grandi: quelle realtà in cui poter riconoscere le nostre capacità o il successo che raccogliamo presso gli altri, quelle più grandi emozioni che sembrano poter colmare il senso della nostra esistenza.
Seguendo i sentieri tracciati da Gesù nella vita quotidiana di Nazareth, va crescendo nel cristiano una profonda unità di vita che allontana dal pericolo della doppia vita: “da una parte, la vita interiore, la vita di relazione con Dio; dall'altra, come una cosa diversa e separata, la vita famigliare, professionale e sociale, fatta tutta di piccole realtà terrene”, ci dice San Josemaría, che aggiunge: “No, figli miei! Non ci può essere una doppia vita, non possiamo essere come degli schizofrenici, se vogliamo essere cristiani: vi è una sola vita, fatta di carne e di spirito, ed è questa che dev’essere - nell'anima e nel corpo - santa e piena di Dio: questo Dio invisibile lo troviamo nelle cose più visibili e materiali” (Ib.).
Fare esperienza nelle piccole cose della vita ordinaria, di quanto Dio ci ama e cercare di dargli la nostra risposta di amore, ci rende sale e luce, annunciatori agli altri dell’amore di Dio.
“È quando incontriamo il Signore che veniamo inondati da quell’amore di cui Lui solo è capace. Allora, «quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi», la vita cambia e «raggiungiamo il nostro essere più vero. Lì sta la sorgente dell’azione evangelizzatrice» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 8). Perché a quel punto l’esigenza di annunciarlo nasce spontanea, diventa irrefrenabile, anche senza parole, con la testimonianza” (Papa Francesco, Discorso 30 novembre 2019).
È dall’incontro continuo con il Signore nella vita ordinaria che si riverbera, su quanti ci avvicinano, la realtà della sua presenza e del suo amore: “L'apostolato, ansia che consuma interiormente il cristiano della strada, non è qualcosa di diverso dal compito di ogni giorno: si confonde col lavoro quotidiano, quando esso è trasformato in occasione di incontro personale con Cristo (…) il panorama diviene vasto e il cuore si riempie di ambizione di servire e di incoercibile desiderio di annunciare a tutte le creature i magnalia Dei [At 2, 11], le cose meravigliose che il Signore opera, quando non glielo impediamo” (S. Josemaría Escrivá, Amici di Dio, n. 264)
Contemplare con assiduità la vita di Gesù a Nazareth ci spinge a intrattenere con Lui un dialogo continuo nella vita ordinaria di ogni giorno, la illumina costantemente e ci muove a realizzare in essa, secondo l’esempio di Gesù, quell’incontro di amore filiale con il Padre che ci santifica e ci rende per gli altri luce che illumina, sale che dà sapore; ci trasforma in seminatori di pace e di gioia.



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