Sguardi all'orizzonte


«Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro»

Grande fu lo stupore di quelle donne che erano salite al sepolcro di buon mattino per andare a ungere con oli aromatici il corpo di Gesù, com’era consuetudine tra i Giudei. Non solo: “alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande”( Mc 16, 4), ma, ciò che non prevedevano, veniva rimossa anche l’altra “grande pietra” che gravava sui loro cuori: lo sconcerto per la passione e la morte ignominiosa del Maestro. Infatti il sepolcro era ormai vuoto: "videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto”» (Mc 16 5-7).

Il “passaggio” dal grande dolore e dalla delusione per la passione e morte del Signore alla grande gioia per la sua Resurrezione frutto di una nuova consapevolezza del disegno di Dio, non maturò per i discepoli immediatamente. Sappiamo delle loro incertezze. Gesù li aiuterà a entrare un po’ per volta nella luce e nel calore di questo ”giorno che ha fatto il Signore”, la Sua vittoria sul peccato e sulla morte. Per questo “Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio” (Atti 1,3)
Quei giorni prima dell’Ascensione del Signore al Cielo, furono per i discepoli un tempo di progressiva crescita nella scoperta dell’orizzonte ampio e profondo che la Resurrezione di Gesù veniva ad aprire alla loro vita e a quella di tutti gli uomini.
Fu un passaggio non solo dal dolore e dal disorientamento per la passione e morte di Gesù alla gioia di rivederlo vivo, ma da una visione ancora limitata della Sua missione a una nuova e profonda comprensione di ciò a cui li aveva chiamati quel “seguimi” che Gesù aveva rivolto loro.

Questo cambiamento di prospettive ci viene mostrato in particolare dall’incontro di Gesù con i due discepoli che, in quello stesso giorno, si allontanavano addolorati e delusi da Gerusalemme: “erano in cammino per un villaggio di nome Emmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Cleopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso” Mc 24, 13-20.

Nell’apertura di cuore dei discepoli di Emmaus leggiamo la tristezza e il disappunto per un’aspettativa con la quale seguivano Cristo che era andata dolorosamente delusa. "Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute" Mc 24, 21. Anche poco prima dell'Ascensione, Luca riprende negli Atti una richiesta in proposito: "Quelli, dunque, che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?»" Atti 1,6.
Nella storia di Israele le aspettative che accompagnavano l’attesa della misteriosa figura del “messia” e della suo opera riguardavano prevalentemente la liberazione del popolo giudaico dall’assoggettamento ai popoli stranieri per una ricostituzione del “regno di Israele”. La realtà della morte del Messia e della successiva e inattesa Risurrezione veniva invece a spalancare il vero orizzonte verso il quale Gesù voleva condurre loro e quanti lo avrebbero seguito: la liberazione dal peccato e la nascita a una “nuova vita” che non era un regno terreno, ma la partecipazione alla stessa vita di Dio, già in questo mondo e, pienamente, alla fine dei tempi. Fu questa profonda maturazione che li portò, guidati dall’azione dello Spirito, a proclamare il Vangelo a tutti gli uomini per chiamarli alla salvezza in Cristo. Per questo molti di loro, come il loro maestro, diedero persino la loro vita.

Anche a noi, che ben conosciamo il significato della Redenzione operata da Cristo, la vicenda dei discepoli di Emmaus fa pensare a quelle aspettative troppo umane che talora potremmo nutrire nella nostra fedeltà a Cristo e nel ministero che realizziamo al suo servizio. Ciò che per loro era l'attesa di un nuovo “regno d’Israele” può essere per noi l'attesa di un cammino di successo terreno, senza ostacoli e prove, accompagnato dall’approvazione sociale che il nostro operato come ministri della Chiesa debba raccogliere.

Di fronte alle attese dei discepoli, le vicende della passione e morte di Gesù apparivano chiaramente perdenti: Gesù trovò difficoltà e incomprensioni, opposizioni fino a dover subire la violenza della passione e della morte in croce. Ma Egli “Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui” Lc 24, 25-27. Se talora, nel portare avanti il nostro ministero di servizio alla Chiesa, ci ritroviamo delusi e disorientati rispetto alle nostre aspettative umane di fronte a contrarietà, incomprensioni, opposizioni, lasciamoci risvegliare da questo affettuoso richiamo di Gesù per riconoscere, invece in queste realtà di sofferenza, il cammino che, nella partecipazione alla croce di Cristo, ci conduce alla pienezza della vita in Cristo, alla sua Risurrezione. Saremo aiutati a cercare con maggiore chiarezza “il Regno di Dio e la sua giustizia” e, liberi da visioni troppo umane, a vivere il nostro servizio ministeriale secondo il disegno della Redenzione.

Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro. Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero” Lc 24, 28-31. Nello "spezzare il pane" si rivelò definitivamente alle loro menti il mistero della Croce e della Risurrezione e nei loro cuori si riversò tutta la gioia e la forza della fede. I loro occhi poterono riconoscere Gesù vivo e risorto, vincitore della morte e del peccato.
Ogni giorno, nella celebrazione piena di fede del Sacrificio eucaristico, si aprono i nostri occhi: possiamo riconoscerlo, vivo e risorto. e ci si rivela l’incedere del mistero della Redenzione in mezzo alle vicende della nostra vita e della vita del mondo. “la Pasqua del Signore ci invita ad alzare lo sguardo e ad allargare il cuore. Essa continua ad alimentare nel nostro spirito e nel cammino della storia il seme della vittoria promessa. “ (Leone XIV – Omelia Domenica di Pasqua 2026).

Il tempo di Pasqua è un tempo di profondo rinnovamento del cuore nella luce e nella forza della Risurrezione per liberarci da aspirazioni meramente umane che possano pesare sul nostro ministero e che si rivelano inadeguate al disegno di Dio e per far crescere in noi ogni giorno, con la forza dell’Eucaristia, la nostra vita ”nascosta con Cristo in Dio”(Col 3,3), farla crescere nei fedeli che ci sono affidati, annunciarla a tutti gli uomini.

«Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni» (Lc 24,48).

Aprile 2026     





Cristo presente nei cristiani
(Omelia di S. Josemaría Escrivá, pronunciata il 25 marzo 1967)

Cristo vive. Questa è la grande verità che riempie di contenuto la nostra fede. Gesù, che morì sulla Croce, è risorto, ha trionfato sulla morte, sul potere delle tenebre, sul dolore, sull'angoscia. Non abbiate paura: con questa esortazione un angelo salutò le donne che andavano al sepolcro. Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso: è risorto, non è qui (Mc 16, 6 [Vangelo della Messa della Domenica di Risurrezione]). Haec est dies quam fecit Dominus, exultemus et laetemur in ea; questo è il giorno che fece il Signore, esultiamo(Sal 117, 24 [Graduale della stessa Messa]).

Il tempo pasquale è tempo di gioia, di una gioia che non è limitata a quest'epoca dell'anno liturgico, ma è presente in ogni momento nell'animo del cristiano. Poiché Cristo vive: Cristo non è un uomo del passato, che visse un tempo e poi se ne andò lasciandoci un ricordo e un esempio meravigliosi. No: Cristo vive. Gesù è l'Emmanuele, Dio con noi. La sua Risurrezione ci rivela che Dio non abbandona mai i suoi. Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai (Is 49, 14-15). Questa era la promessa e l'ha mantenuta. Dio si delizia ancora di stare tra i figli degli uomini (cfr Pro 8, 31).

Cristo vive nella sua Chiesa: Ora io vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore; ma quando me ne sarò andato, ve lo manderò (Gv 16, 7). Questo era il disegno di Dio: Gesù, morendo sulla Croce, ci dava lo Spirito di Verità e di Vita. Cristo resta nella sua Chiesa: nei suoi Sacramenti, nella sua liturgia, nella sua predicazione, in tutta la sua attività.

In modo speciale Cristo continua a essere presente fra di noi nel dono quotidiano dell'Eucaristia. Per questo la Messa è centro e radice della vita cristiana. In ogni Messa c'è sempre il Cristo totale, Capo e Corpo. Per Ipsum, et cum Ipso, et in Ipso. Perché Cristo è il Cammino, il Mediatore: in Lui troviamo tutto; fuori di Lui, la nostra vita resta vuota. In Gesù Cristo, e istruiti da Lui, osiamo dire — audemus dicere — Pater Noster, Padre nostro. Osiamo chiamare Padre il Signore dei Cieli e della terra.
La presenza di Gesù vivente nell'Ostia è la garanzia, la radice e il culmine della sua presenza nel mondo.
Cristo vive nel cristiano. La fede ci dice che l'uomo in stato di grazia, è divinizzato. Noi non siamo angeli; siamo uomini e donne, esseri di carne e ossa, con un cuore e delle passioni, con tristezze e gioie. Ma la divinizzazione trasforma tutto l'uomo, come un anticipo della risurrezione gloriosa: Cristo è davvero risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo (1 Cor 15, 20-22).

La vita di Cristo è vita nostra, secondo quanto Egli promise ai suoi Apostoli il giorno dell'ultima cena: Se uno mi ama osserverà la mia parola, e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui (Gv 14, 23). Perciò il cristiano deve vivere imitando la vita di Cristo, facendo propri i sentimenti di Cristo, in modo da poter esclamare con san Paolo: Non vivo ego, vivit vero in me Christus (Gal 2, 20), non sono io che vivo, è Cristo che vive in me.(…)

Nella vita spirituale non c'è una nuova epoca da raggiungere. Tutto è già dato in Cristo, che è morto ed è risorto, e vive e permane in eterno. Bisogna però unirsi a Lui mediante la fede, lasciando che la sua vita si manifesti in noi a tal punto che di ogni cristiano si possa dire non solo che è alter Christus, un altro Cristo, ma ipse Christus, lo stesso Cristo.

Instaurare omnia in Christo, questo è il motto di san Paolo per i cristiani di Efeso(Ef 1, 10); informare tutto il mondo con lo spirito di Gesù, mettere Cristo nelle viscere di ogni realtà: Si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum (Gv 12, 32), quando sarò innalzato da terra, attirerò tutto a me. Cristo, mediante la sua Incarnazione, la sua vita di lavoro a Nazaret, la sua predicazione e i suoi miracoli nelle contrade della Giudea e della Galilea, la sua morte in Croce, la sua Risurrezione, è il centro della creazione, è il Primogenito e il Signore di ogni creatura.
La nostra missione di cristiani è di proclamare la regalità di Cristo, annunciandola con le nostre parole e le nostre opere. Il Signore vuole che i suoi fedeli raggiungano ogni angolo della terra. Ne chiama alcuni nel deserto, lontano dalle preoccupazioni della società umana, per ricordare agli altri, con la loro testimonianza, che Dio esiste. Ad altri affida il ministero sacerdotale. Ma i più li vuole in mezzo al mondo, nelle occupazioni terrene. Pertanto, questi cristiani devono portare Cristo in tutti gli ambienti in cui gli uomini agiscono: nelle fabbriche, nei laboratori, nei campi, nelle botteghe degli artigiani, nelle strade delle grandi città e nei sentieri di montagna.

Mi piace ricordare a questo proposito la scena della conversazione di Cristo coi discepoli di Emmaus. Gesù cammina insieme a due uomini che hanno perso quasi ogni speranza, tanto che la vita comincia a sembrar loro priva di significato. Ne comprende il dolore, entra nel loro cuore, comunica loro qualcosa della vita che palpita in Lui. Quando arrivano al villaggio e Gesù fa mostra di proseguire, quei due discepoli lo trattengono e quasi lo costringono a restare con loro. Lo riconoscono più tardi, quando spezza il pane: « Il Signore — esclamano — è stato con noi ». Ed essi si dissero l'un l'altro: « Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture? » (Lc 24, 32). Ogni cristiano deve rendere presente Cristo fra gli uomini; deve agire in modo tale che quelli che lo avvicinano riconoscano il bonus odor Christi (cfr 2 Cor 2, 15), il profumo di Cristo; deve comportarsi in modo che nelle azioni del discepolo si scorga il volto del maestro. (…)

È questo l'amore di Cristo, che ciascuno di noi deve sforzarsi di realizzare nella propria vita. Ma per essere ipse Christus bisogna rispecchiarsi in Lui. Non è sufficiente avere un'idea generica dello spirito di Gesù; bisogna imparare da Lui dettagli e atteggiamenti. E, soprattutto, bisogna contemplare il suo passaggio sulla terra, le sue orme, per trarne forza, luce, serenità, pace.

Quando si ama una persona si desidera sapere anche i minimi particolari della sua esistenza, del suo carattere, per avvicinarsi il più possibile a lei. Per questo dobbiamo meditare la storia di Cristo, dalla nascita nel presepio fino alla morte e alla risurrezione. Nei primi anni del mio lavoro sacerdotale, regalavo spesso il Vangelo o libri in cui si narrava la vita di Gesù: perché è necessario conoscerla bene, averla ben presente nella mente e nel cuore, in modo che, in ogni momento, senza più bisogno di libri, chiudendo gli occhi, possiamo contemplarla come in un film e, quando dobbiamo decidere come comportarci, possiamo richiamare alla mente le parole e i gesti del Signore.
Allora ci sentiremo innestati nella sua vita. Non si tratta solo di pensare a Gesù, di rappresentarci quelle scene: dobbiamo prendervi parte, esserne attori, seguire Cristo standogli accanto come la Madonna, come i primi dodici, come le sante donne, come le moltitudini che si affollavano intorno a Lui. Se ci comportiamo così, se non frapponiamo ostacoli, le parole di Cristo penetreranno nel fondo della nostra anima e ci trasformeranno. Perché la parola di Dio è viva, efficace, è più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore (Eb 4, 12).
Se vogliamo condurre al Signore altri uomini è necessario ricorrere al Vangelo e contemplare l'amore di Cristo. (per il testo integrale dell’ Omelia)


   Marzo 2026     




I cammini della conversione quaresimale

Accompagna con la tua benevolenza, Padre misericordioso, i primi passi del nostro cammino penitenziale, perché all'osservanza esteriore corrisponda un profondo rinnovamento dello spirito” (Colletta - Venerdì dopo le Ceneri). Il tempo di Quaresima è tempo di penitenza che ci muova a una nuova conversione: a una nuova tappa di corrispondenza alla chiamata divina.
Il cristianesimo – ci ricorda S. Josemaría - non è un cammino comodo: non basta "stare" nella Chiesa e far passare gli anni. Nella nostra vita, vita di cristiani, la prima conversione - quel momento irripetibile, indimenticabile, in cui si vede con tanta chiarezza tutto ciò che il Signore ci chiede - è importante; però anche più importanti e difficili sono le conversioni successive” (E’ Gesù che passa, n.57)

Perché più difficili? Perché ci abituiamo: proiettati sul fare nell’esercizio del nostro ministero, possiamo perdere di vista l’esigenza intima dell’amore di Dio, che “è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo” (Rom 5,5), che ci muove a una crescita continua nella santificazione. Nella vita di noi sacerdoti è presente il rischio di non raccogliere in profondità per noi stessi quegli stimoli – grazie attuali – che la liturgia ci offre: amministrarli per i fedeli, ma non portarli più a fondo nella preghiera affinché trasformino la nostra vita personale. Mentre “il seme divino della carità, che Dio ha posto nelle nostre anime, aspira a crescere, a manifestarsi in opere e a produrre frutti che in ogni momento corrispondano ai desideri del Signore” (S. Josemaría Escrivà, E’ Gesù che passa, n.58).

Siamo chiamati a un cammino verso la santità, secondo la personale configurazione a Cristo.
Si va delineando così di che tipo di sacerdoti ha bisogno Madrid — e la Chiesa intera — in questo tempo - ci dice Papa Leone -. Certamente non uomini definiti dal moltiplicarsi di compiti o dalla pressione dei risultati, ma uomini configurati a Cristo, capaci di sostenere il proprio ministero a partire da una relazione viva con Lui, nutrita dall’Eucaristia ed espressa in una carità pastorale contrassegnata dal dono sincero di sé. Non si tratta di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di tornare a proporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico — essere alter Christus — lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma a un ministero vissuto a partire dall’intimità con Dio, la dedizione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate”. (Lettera al Presbiterio della Diocesi di Madrid – 28-01-2026)

Nel Messaggio per la Quaresima, Papa Leone ci indica che: “Ogni cammino di conversione inizia quando ci lasciamo raggiungere dalla Parola e la accogliamo con docilità di spirito. Vi è un legame, dunque, tra il dono della Parola di Dio, lo spazio di ospitalità che le offriamo e la trasformazione che essa opera”. Attraverso la grazia della Quaresima, la Parola di Dio fa risplendere nella nostra anima luci antiche e nuove per il cammino della conversione. Ma affinché queste luci possano illuminare concretamente la nostra vita personale devono trovare in noi uno spazio di sincera accoglienza: di raccoglimento interiore, di preghiera più assidua e profonda. È necessario ritrovare quella intimità con Dio che talvolta perdiamo dietro le cose, entrare in un dialogo più sincero e più coraggioso con Lui per interrogarci sulla realtà della nostra vita e su quello che il Signore ci chiede.

«Chiediamoci - ci diceva Papa Francesco -, magari dopo tanti anni di ministero, che cos’è oggi per noi, che cos’è oggi per me, pregare. Forse la forza dell’abitudine e una certa ritualità ci hanno portati a credere che la preghiera non trasformi l’uomo e la storia. Invece pregare è trasformare la realtà. È una missione attiva, un’intercessione continua. Non è distanza dal mondo, ma cambiamento del mondo. Pregare è portare il palpito della cronaca a Dio perché il suo sguardo si spalanchi sulla storia. Cos’è per noi pregare? E ci farà bene oggi domandarci se la preghiera ci immerge in questa trasformazione; se getta una luce nuova sulle persone e trasfigura le situazioni. Perché se la preghiera è viva, “scardina dentro”, ravviva il fuoco della missione, riaccende la gioia, provoca continuamente a lasciarci inquietare dal grido sofferente del mondo» (Omelia, 12 marzo 2022).
Una preghiera sincera, alla luce della Parola di Dio, riconosce la presenza di stati di tiepidezza, di allontanamenti, di risposte negative ai richiami della volontà divina e si apre alla contrizione e alla volontà di cambiamento. “La vita umana, in un certo modo, è un continuo ritorno alla casa del Padre. Ritorno mediante la contrizione, la conversione del cuore, che presuppone il desiderio di cambiare, la decisione ferma di migliorare la nostra vita, e si manifesta pertanto in opere di sacrificio e di dedizione(S. Josemaría Escrivà, E’ Gesù che passa, n.64). Lo spirito di contrizione riempie di fecondità le nostre giornate: a partire dal riconoscere fragilità e debolezze che via via si majifestano, anche in piccole cose, rinasciamo all’amore di Dio; in modo particolare nei momenti di esame di coscienza e nel sacramento della Riconciliazione.

Se la Quaresima è tempo di ascolto, il digiuno costituisce una pratica concreta che dispone all’accoglienza della Parola di Dio (…) il digiuno deve includere anche altre forme di privazione volte a farci acquisire uno stile di vita più sobrio, poiché «solo l’austerità rende forte e autentica la vita cristiana»" (Papa Leone XIV, Messaggio per la Quaresima). 
I cammini della penitenza quaresimale possono snodarsi nelle stesse circostanze della vita quotidiana: nell’offerta, libera e per amore, delle contrarietà che sorgono sul nostro cammino, delle stanchezze che accumuliamo nell’impegnativo e molteplice lavoro pastorale, delle incomprensioni che talora incontriamo, senza cedere al nervosismo, all’intemperanza, al ripiegamento su noi stessi. 
Un grande valore hanno anche le scelte volontarie di offrire come penitenza qualcosa che ci costi un po’ di sacrificio, ma che ci aiuta a vivere con più dedizione i nostri compiti. “Penitenza è osservare esattamente l'orario che ti sei prefisso, anche se il corpo oppone resistenza o la mente chiede di evadere in sogni chimerici. Penitenza è alzarsi all'ora giusta. E anche non rimandare, senza giustificato motivo, quella certa cosa che ti riesce più difficile o più pesante delle altre. (…) Sei penitente quando segui amorosamente il tuo piano di orazione, anche se sei stanco, svogliato o freddo ( S. Josemaria Escrivà, Amici di Dio, n.138).
Al sacrificio si aggiunge la crescita nella carità. Possiamo raccogliere con disponibilità l’invito di Papa Leone a crescere in “una carità pastorale contrassegnata dal dono sincero di sé” (Lettera al Presbiterio della Diocesi di Madrid – 28-01-2026). E questo può manifestarsi, nella quotidianità del nostro ministero, nel “prendersi cura con la massima delicatezza di coloro che sono sofferenti, malati, afflitti. È rispondere pazientemente alle persone noiose e importune. È interrompere o modificare i nostri programmi quando le circostanze - gli interessi buoni e giusti degli altri, soprattutto - lo richiedono” (S. Josemaria Escrivà– ibidem)

“Ciò per cui la preghiera bussa, lo ottiene il digiuno, lo riceve la misericordia. Queste tre cose, preghiera, digiuno, misericordia, sono una cosa sola, e ricevono vita l'una dall'altra (S. Piero Crisologo, Sermone 43). Preghiera, sacrificio e carità sono chiamate ad intrecciarsi per condurci in questo tempo di Quaresima, a una nuova tappa di corrispondenza nel nostro cammino di santificazione sacerdotale.
La celebrazione del Sacrifico eucaristico, incontro quotidiano con il mistero della Redenzione che ci prepariamo a celebrare nel triduo pasquale, ci permetterà di abbeverarci alla fonte dalla quale promana la grazia della conversione quaresimale. “Guardiamo al centro di tutto, figli miei: qui si rivela che cosa dà senso a ciò che fate ogni giorno e da dove scaturisce il vostro ministero. Sull’altare, attraverso le vostre mani, si rende presente il sacrificio di Cristo nella più alta azione affidata a mani umane; nel tabernacolo resta Colui che avete offerto, affidato nuovamente alle vostre cure. Siate adoratori, uomini di profonda preghiera e insegnate al vostro popolo a fare lo stesso” ( Papa Leone XIV, Lettera al Presbiterio della Diocesi di Madrid – 28-01-2026). 

Febbraio 2026      



Amare e promuovere l’unità nella Chiesa

Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17, 20-21).
Si è da poco conclusa la settimana di preghiera per l’Unità dei cristiani: sospinti dallo Spirito ci siamo uniti alla preghiera di Cristo per chiedere al Padre la grazia dell’unità dei credenti in Lui, con il superamento di ostacoli e divisioni che nei secoli l’hanno ferita.
Gesù pregò perché l’aiuto divino sostenesse la debolezza umana dei suoi e di quanti avrebbero creduto nel suo nome, di fronte alle spinte alla divisione presenti nel cuore umano, fino a che non si compia pienamente in esso la Redenzione.

In questi giorni, nel muoverci a pregare per l’unità di tutti i credenti, lo Spirito Santo ha suscitato in noi un rinnovato amore e una rinnovata esigenza a vivere e promuovere quotidianamente l’unità all’interno della Chiesa. l’unità – ci diceva S. Paolo VI - non è soltanto una prerogativa della Chiesa Cattolica; è un dovere, una legge, un impegno. Cioè l’unità della Chiesa dev’essere ricevuta e riconosciuta da tutti e da ciascun membro della Chiesa, e da tutti e da ciascuno deve essere promossa, amata, difesa. Non basta definirsi cattolici: è necessario essere effettivamente uniti. I figli fedeli della Chiesa devono essere i costruttori dell’unità concreta della sua compagine sociale " (Ud.31-III-1965).
Promuovere l’unità nella Chiesa, dunque, se è frutto dell'azione dello Spirito Santo, lo è anche dell’impegno personale per superare le barriere ed eliminare gli ostacoli, corrispondendo ad un'esplicita Volontà di Dio.

Tutti, nel prendere via via coscienza della nostra vita cristiana, abbiamo fatto l’esperienza consolante e fortificante del dono dell’unità. Non sempre, tuttavia, ci siamo resi conto che questa grazia che caratterizza il corpo mistico di Cristo, chiede anche la nostra attenta e puntuale corrispondenza affinché si manifesti ad edificazione dei credenti e come segno dell’origine divina della Chiesa.

Ci aiuta pensare a come maturò l’unità nella vita dei discepoli di Gesù nel lor cammino dietro al Maestro. Ci narra san Marco che “Ne costituì Dodici - che chiamò apostoli -, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demoni (Mc 3,13). Gesù non li chiamò a una mera istruzione sulle realtà del Regno affinché potessero sapientemente trasmetterle ad altri: li chiamò a crescere in una profonda unione con Lui. In essa maturò anche una grande unità fra di loro a partire dalla diversità del modo di essere di ciascuno di loro.

Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro, poi Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè "figli del tuono"; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì” (Mc 3,14-19). Attraverso la familiarità con i vangeli abbiamo imparato a conoscerli: ogni nome ci parla di una storia, di un carattere, di una personalità diversa.
Gesù li educò pazientemente e così, crescendo nell’unione a Lui, andò sviluppandosi la fraternità e l’unità fra di loro: a poco a poco divennero una famiglia. Infatti, a chi gli riferiva che i suoi parenti lo cercavano, Gesù, “tendendo la mano verso i suoi discepoli, disse: «Ecco mia madre e i miei fratelli! “Mt 12,50.
Fu così che poi, come frutto della preghiera di Gesù, dell’azione dello Spirito Santo nella Pentecoste, ma anche per la loro corrispondenza personale alla grazia, maturò il miracolo della Chiesa: “segno e lo strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano” (C.V.II - Lumen gentium, 1). S. Luca ci riferisce che “la moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola" (Atti 3, 32).

Anche per noi il dono dell’unità si manifesterà nella misura in cui, guidati dall’azione dello Spirito, cercheremo prima di tutto l’unione personale con Cristo, come i tralci alla vite. Quest’ immagine evangelica ci mostra che lo sviluppo di ogni dimensione della nostra vita di cristiani proviene dalla nostra unione con Lui. “Pensando all’albero della vite, potremmo immaginare l’unità costituita da tre anelli concentrici, come quelli di un tronco. Il primo cerchio, quello più interno, è il rimanere in Gesù. Da qui parte il cammino di ciascuno verso l’unità. Abbiamo bisogno della preghiera come dell’acqua per vivere. La preghiera personale, lo stare con Gesù, l’adorazione, è l’essenziale del rimanere in Lui. È la via per mettere nel cuore del Signore tutto quello che popola il nostro cuore, speranze e paure, gioie e dolori. Ma soprattutto, centrati in Gesù nella preghiera, sperimentiamo il suo amore …. nella misura in cui rimaniamo in Dio ci avviciniamo agli altri …. Non è infatti possibile incontrare Gesù senza il suo Corpo, composto di molte membra, tante quanti sono i battezzati" (Papa Francesco, Omelia II Vespri Conversione di S. Paolo - 25 gennaio 2021).

Confrontarci sinceramente con questo orizzonte nella relazione quotidiana con gli altri membri della Chiesa può sembrarci talora difficile e arduo: “perché la comunione nella Chiesa rimane sempre una sfida che ci chiama alla conversione. Talvolta, dietro un’apparente tranquillità, si agitano i fantasmi della divisione. E questi ci fanno cadere nella tentazione di oscillare tra due estremi opposti: uniformare tutto senza valorizzare le differenze o, al contrario, esasperare le diversità e i punti di vista piuttosto che cercare la comunione. Così, nelle relazioni interpersonali, nelle dinamiche interne agli uffici e ai ruoli, o trattando le tematiche che riguardano la fede, la liturgia, la morale o altro ancora, si rischia di cadere vittime della rigidità o dell’ideologia, con le contrapposizioni che ne conseguono” (Papa Leone XIV, Discorso alla Curia Romana, 22-12-2025).

L’urto con caratteri, un modi di fare, opinioni, atteggiamenti diversi dai nostri e che talora urtano contro la nostra sensibilità potrebbe intaccare la comunione che siamo chiamati a vivere in Cristo. Possono nascere prese di distanza, freddezze, giudizi interiori e talora mormorazioni che ci portano fuori della carità fraterna generando divisioni e antagonismi. A partire da questo può farsi strada una visione parziale e soggettiva della realtà ecclesiale che stigmatizza e si pone in collisione con chi non la pensa come noi.
Noi, però, siamo la Chiesa di Cristo, siamo le sue membra, il suo corpo. Siamo fratelli e sorelle in Lui. E in Cristo, pur essendo molti e differenti, siamo una cosa sola: “In Illo uno unum”. (…) C’è una conversione personale che dobbiamo desiderare e perseguire, perché nelle nostre relazioni possa trasparire l’amore di Cristo che ci rende fratelli” (Papa Leone XIV, ibidem)

La ricerca della vera unità in Cristo manifesta il grande valore della cattolicità della Chiesa, meravigliosa convergenza di unità e varietà, che rifugge tanto dalle divisioni così come dalla voglia di uniformità di chi spesso desidera conformare gli altri a sé. Ti stupivi - ci dice S. Josemaria - perché approvavo la mancanza di “uniformità” nell’apostolato in cui lavori. E ti ho detto: Unità e varietà. — Dovete essere diversi come diversi sono i santi nel cielo, ognuno dei quali ha le sue proprie note personali e specialissime. E, anche, dovete assomigliare gli uni agli altri come i santi, che non sarebbero santi se ognuno di loro non si fosse identificato con Cristo” (Cammino, 947).

siamo discepoli e testimoni del Regno di Dio, - aggiunge Papa Leone - chiamati ad essere in Cristo lievito di fraternità universale, tra popoli diversi, religioni diverse, tra le donne e gli uomini di ogni lingua e cultura. E questo avviene se noi per primi viviamo come fratelli e facciamo brillare nel mondo la luce della comunione” (Papa Leone XVI - ibidem)

  Gennaio 2026   


"troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia" (Lc 2,12)

dall’Omelia Il trionfo di Cristo nell'umiltà,
di S. Josemaria Escrivá, pronunciata il 24–XII–1963

Lux fulgebit hodie super nos, quia natus est nobis Dominus: oggi splenderà la luce su di noi, perché ci è nato il Signore.

Ecco il grande annuncio che commuove in questo giorno i cristiani che, per loro mezzo, viene rivolto a tutta l'umanità. Dio è in mezzo a noi. È questa la verità che appaga la nostra vita. Ogni Natale deve essere per noi un nuovo e peculiare incontro con Dio, in modo tale che la sua luce e la sua grazia entrino fino in fondo nella nostra anima. (…) Il Figlio di Dio si è fatto carne ed è perfectus Deus, perfectus homo. In questo mistero c'è qualcosa che dovrebbe emozionare profondamente i cristiani. (…)

Iesus Christus, Deus homo: ecco i magnalia Dei, le opere meravigliose di Dio, dinanzi alle quali dobbiamo meditare e di cui dobbiamo rendere grazie al Signore, a colui che è venuto a portare la pace in terra agli uomini di buona volontà, a tutti coloro che vogliono unire la loro volontà alla Volontà santa di Dio: non soltanto ai ricchi, né soltanto ai poveri, ma a tutti gli uomini, a tutti i fratelli. Perché tutti siamo fratelli in Gesù, tutti figli di Dio e fratelli di Cristo; e sua Madre è nostra Madre.

Sulla terra non c'è che una razza: quella dei figli di Dio. Tutti dobbiamo parlare la stessa lingua, quella che ci insegna il Padre nostro che è nei cieli, la lingua del dialogo di Gesù col Padre, la lingua che si parla col cuore e con la mente, quella stessa che usate ora nella vostra orazione. È la lingua delle anime contemplative, di coloro che sanno essere spirituali perché consapevoli della loro filiazione divina; una lingua che si esprime in mille mozioni della volontà, in tante illuminazioni radiose dell'intelligenza, negli affetti del cuore, nelle decisioni di condurre una vita retta, santa, lieta e pervasa di pace.

Dobbiamo contemplare Gesù Bambino, nostro Amore, nella culla. Dobbiamo contemplarlo consapevoli di essere di fronte a un mistero. È necessario accettare il mistero con un atto di fede; solo allora sarà possibile approfondirne il contenuto, guidati sempre dalla fede. Abbiamo bisogno, pertanto, delle disposizioni di umiltà proprie dell'anima cristiana. Non vogliate ridurre la grandezza di Dio ai nostri poveri concetti, alle nostre umane spiegazioni; cercate piuttosto di capire che, nella sua oscurità, questo mistero è luce che guida la vita degli uomini.

Noi osserviamo - scrive san Giovanni Crisostomo - che Gesù proviene da noi, dalla nostra natura umana, ed è nato da una Vergine Madre; non comprendiamo; però, come un tale prodigio possa essersi compiuto. È inutile affannarci a tentare di scoprirlo; accettiamo piuttosto umilmente quello che Dio ci ha rivelato, ed evitiamo di curiosare su ciò che Dio ci ha nascosto. Tale accettazione ci porterà a comprendere e ad amare; il mistero sarà allora un insegnamento incomparabile, più convincente di qualsiasi ragionamento umano.

Quando parlo davanti al presepio, cerco sempre di immaginarmi Gesù nostro Signore proprio così, avvolto in fasce e adagiato sulla paglia di una mangiatoia; ma al tempo stesso cerco di vederlo, mentre è ancora bambino e non parla, come Dottore e Maestro. Ho bisogno di considerarlo in questo modo, perché devo imparare da Lui. Per imparare da Lui è necessario conoscere la sua vita; è necessario leggere il santo Vangelo e meditare le scene del Nuovo Testamento per addentrarci nel senso divino dell'esistenza terrena di Gesù.

Dobbiamo infatti riprodurre la vita di Cristo nella nostra vita. Ma ciò non è possibile se non attraverso la conoscenza di Cristo che si acquista leggendo e rileggendo la Sacra Scrittura e meditandola assiduamente nell'orazione, così come facciamo ora, davanti al presepio. Bisogna capire gli insegnamenti che Gesù ci dà fin dall'infanzia, fin da neonato, fin dal momento in cui i suoi occhi si sono aperti su questa benedetta terra degli uomini.

Gesù, che cresce e vive come uno di noi, ci rivela che l'esistenza umana, con le sue situazioni più semplici e comuni, ha un senso divino. Benché abbiamo considerato tante volte questa verità, ci deve pur sempre riempire di ammirazione la considerazione di quei trent'anni di oscurità che costituiscono la maggior parte del tempo che Gesù ha trascorso tra gli uomini suoi fratelli. Anni oscuri, ma per noi luminosi come la luce del sole. Sono, anzi, lo splendore che illumina i nostri giorni, che dà ad essi il loro autentico significato: perché altro non siamo che comuni fedeli che conducono una vita in tutto uguale a quella di tanti milioni di persone dei più diversi luoghi della terra.

Per sei lustri Gesù non fu che questo: fabri filius, il figlio dell'artigiano. Quando poi vengono i tre anni di vita pubblica e l'osanna delle folle, la gente si stupisce: chi è costui e dove ha appreso tante cose? Perché la sua vita era stata la vita comune della gente della sua terra. Egli stesso era noto come faber, filius Mariae, l'artigiano, figlio di Maria. Ed era Dio, e veniva a compiere la Redenzione del genere umano, ad attirare a sé tutte le cose.

Come per ogni altro avvenimento della sua vita, mai dovremmo contemplare quegli anni nascosti di Gesù senza sentirci coinvolti, senza coglierne il significato che più da vicino ci riguarda: sono appelli che il Signore ci rivolge per farci uscire dal nostro egoismo, dalla nostra comodità. Il Signore conosce bene i nostri limiti, l'attaccamento alla nostra personalità, le nostre ambizioni; conosce quanto ci sia difficile dimenticare noi stessi e darci agli altri. Sa che cosa sia non trovare amore e costatare che anche quelli che dicono di seguirlo lo fanno solo a metà. Ricorderete le scene drammatiche, narrate dagli Evangelisti, nelle quali vediamo gli Apostoli pieni ancora di aspirazioni temporali e di progetti solo umani. Ma Gesù li ha scelti, li tiene con sé, e affida loro la missione che Egli ha ricevuto dal Padre.

Anche noi siamo chiamati da Gesù che ci domanda, come a Giacomo e a Giovanni: Potestis bibere calicem, quem ego bibiturus sum?, siete disposti a bere il calice che io sto per bere, il calice dell'abbandono completo alla volontà del Padre? Possumus!, sì, siamo disposti, rispondono Giacomo e Giovanni. Io e voi, siamo veramente disposti a compiere in tutto la volontà di Dio nostro Padre? Abbiamo dato tutto intero il nostro cuore al Signore, o ci manteniamo attaccati a noi stessi, ai nostri interessi, ai nostri comodi, al nostro amor proprio? C'è qualcosa che non si addice alla nostra condizione di cristiani e che ci impedisce di purificarci? Ecco oggi l'occasione di rettificare.

Come prima cosa, è necessario convincerci che è Gesù a rivolgere a ciascuno di noi queste domande. È Lui a farle e non io. Io non oserei porle nemmeno a me stesso. Sto continuando la mia orazione ad alta voce, ma è dal suo intimo che ognuno di noi confessa al Signore: Gesù, che poca cosa sono, quanta viltà in tante occasioni, quanti errori in questa o in quella circostanza, in quel luogo e in quell'altro...! Ma possiamo anche aggiungere: meno male, Signore, che mi hai sorretto con la tua mano, perché mi riconosco capace di ogni infamia; tienimi stretto, non mi lasciare, trattami sempre come un bambino. Vorrei essere forte, coraggioso, coerente; ma tu aiutami come si aiuta una creatura inesperta. Conducimi per mano, Signore, e fa' che anche tua Madre sia accanto a me e mi protegga. E allora, possumus!, lo potremo, ci sentiremo capaci di prendere Te come modello.

Non è presunzione affermare: possumus! Gesù stesso ci insegna questo cammino divino e ci chiede di intraprenderlo, dal momento che Egli lo ha reso umano e accessibile alla nostra debolezza. Ecco perché si è abbassato tanto. Questo è il motivo per cui quel Signore, che in quanto Dio era uguale al Padre, si è umiliato prendendo la forma di servo; ma si è abbassato per quanto riguarda la maestà e la potenza, non per quanto riguarda la bontà e la misericordia.

La bontà di Dio ci rende agevole il cammino. Non possiamo respingere l'invito di Gesù, non possiamo dirgli di no, non possiamo renderci sordi al suo appello: non avremmo scuse, non avremmo argomenti per continuare a credere che non possiamo. Egli ci ha istruiti con il suo esempio. Pertanto vi supplico, fratelli miei: non permettete che vi sia stato mostrato invano un modello così prezioso, ma configuratevi a Lui e rinnovatevi nell'intimo della vostra anima. (testo completo)

 Dicembre 2025  


Il tesoro del tempo nella nostra santificazione

I giorni di fine novembre segnano lo spartiacque tra la conclusione di un anno liturgico e l’inizio di uno nuovo, con il tempo d’Avvento.
Nel cammino della Liturgia della Chiesa si dà però una continuità di riflessione: dalla rinnovata presa di coscienza della fragilità della vicenda di questo mondo e dell’avvicinarsi della venuta di Cristo glorioso, alla scoperta, piena di speranza, di una nuova venuta di Cristo nella storia – nella storia personale di ciascuno – che ci muove ad accoglierlo più profondamente nella nostra vita.

Siamo chiamati così a riflettere sul mistero del “ tempo”: uno spazio limitato – ma che non ci è dato di misurare - nel quale possiamo acquistare coscienza di ciò che siamo: da dove proviamo e dove ci dirigiamo, per poter dare a Dio – e a noi stessi - quel frutto che la nostra vita è chiamata a dare nel disegno del Creatore.

Gli avvenimenti evocati dalla Parola di Dio di questi giorni: guerre, eventi naturali avversi, persecuzioni … - sempre presenti, anche ai nostri giorni - ricordano a tutti la fragilità dell’esistenza terrena: ma per coloro che cercano Dio, diventano nuova luce per rapportarsi in modo più umile e grato al dono della vita, per affidarsi all’azione della grazia, per mettere sempre più il cuore nella nostra patria che è il Cielo: l’incontro pieno e definitivo con Dio!

Noi sacerdoti, collocati “tra la terra e il Cielo” non siamo solo ambasciatori ai nostri fedeli del messaggio della Fede sulle verità eterne, ma, come mediatori in Cristo Gesù, siamo chiamati a testimoniare personalmente il nostro “ vivere in Cristo” e la reale proiezione dei nostri sentimenti, del nostro cuore e delle nostre azioni verso l’incontro con Dio.
Per questo siamo chiamati ad alimentare più profondamente la nostra mente e il nostro cuore nella contemplazione della pienezza dell’incontro con Dio. Non dobbiamo lasciare che la consuetudine di insegnare agli altri le verità eterne – cadendo nella routine – ci faccia tralasciare la “contemplazione del Cielo”.

"Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano" ( I Cor 2,9).

 “… che cosa sarà il Cielo che ci attende, - ci dice S. Josemaria - quando tutta la bellezza e la grandezza, tutta la felicità e l'Amore infiniti di Dio si riverseranno nel povero vaso d'argilla che è la creatura umana, per saziarla eternamente, sempre con la novità di una felicità nuova? " (Solco 891).
Nella contemplazione cresce il desiderio del Cielo e la nostra libertà viene mossa ad operare le scelte necessarie per raggiungerlo. Allora cominciamo a renderci conto del valore del tempo nel quale si svolge la nostra vita quotidiana! Sorge il richiamo a spendere bene: “il talento”, la “moneta d’oro“ della chiamata, nel tempo della nostra vita!

Il tempo – ci ricorda S. Josemaria Escrivà - è il nostro tesoro, il "denaro" per comprare l'eternità (Solco, n. 882). E potremmo aggiungere, come pastori di anime, che il tempo in qualche modo è anche il “denaro per comprare” l’eternità di tanti. E aggiunge: " Coloro che si occupano di affari umani dicono che il tempo è oro. - Mi sembra poco: per noi, che ci occupiamo di affari di anime, il tempo è gloria!" (Cammino 355).

Dobbiamo nutrire il desiderio di spendere bene il tempo della nostra vita, per dare a Dio la nostra risposta di santità sacerdotale per santificare gli altri … per condurli a Dio … al Cielo!  Non possiamo lasciare che il richiamo a nostre ambizioni, obbiettivi, attese personali ci faccia perdere di vista ciò per cui siamo stati chiamati: la salus animarum. Se il ministero viene piegato alla nostra affermazione umana, allora potremmo farci in quattro per arrivare a certi obbiettivi personali mentre potremmo disperdere la premura per la effettiva crescita spirituale del gregge a noi affidato.

Il cammino della personale identificazione con Cristo ci conduce a spenderci per la salvezza e la santità degli altri. Per questo non possiamo rimanere passivi: la nostra risposta a Dio nel cammino della santificazione deve rinnovarsi e crescere nel tempo; nella nostre scelte quotidiane è necessario un esercizio continuo e più consapevole della nostra libertà di amare. Le parabole di Gesù ce lo ricordano puntualmente: il servo fedele che attende il suo Signore …le dieci vergini chiamate a illuminare con le loro lampade…i servi a cui furono affidati i talenti.

Perché ciò avvenga, dobbiamo rivolgere l'attenzione alla nostra unione alla “vite”: per mezzo dei sacramenti, vissuti con fede, e della vita di preghiera; attraverso le opportunità della formazione spirituale che alimenti il nostro cammino di santificazione. Quanta grazia assimiliamo nella celebrazione dell’Eucaristia e nella santa Comunione, così come nell'incontro con la misericordia divina nel sacramento della Riconciliazione? Come sappiamo, l’efficacia della grazia dipende anche dalle nostre disposizioni: la celebrazione della Messa, ogni giorno, può essere una piccola ma reale tappa del nostro darci e trasformarci in Cristo, intercedendo per la santificazione dei fedeli affidatici. La grazia del sacramento della Riconciliazione, ricevuto con frequenza e con una volontà sincera di contrizione e di conversione, ci permette di dare nuovo slancio al nostro cammino. La fedeltà quotidiana al dialogo vivo con Dio nella preghiera e, in particolare, la qualità del nostro ascolto per comprendere quello che lo Spirito Santo sta cercando di dirci sono passaggi rilevanti del mettere a frutto il “talento” della nostra vocazione cristiana e sacerdotale. Così pure possiamo valorizzare quei mezzi che la Chiesa ci offre per la nostra crescita spirituale: momenti periodici di ritiro, il corso di esercizi annuale, l’importante aiuto dell’accompagnamento spirituale.

Vi ricordo nuovamente che ci resta poco tempo: Tempus breve est (1 Cor 7, 29), perché è breve la vita sulla terra e, avendo quei mezzi, non abbiamo bisogno d'altro che di buona volontà per approfittare delle occasioni che Dio ci ha concesso. (…) Il tempo è un tesoro che passa, che sfugge, che scorre tra le mani come l'acqua tra le rocce. L'ieri è passato, I'oggi sta passando. Il domani sarà presto un nuovo ieri. La durata di una vita è molto breve; e, tuttavia, quante cose si possono fare in così breve spazio, per amore di Dio!”(S. Josemaría Escrivá - Amici di Dio, n.52)

Usare bene il tempo della nostra vita vuol dire seguire “il passo di Dio” secondo il quale lo Spirito Santo vuole guidare la nostra anima nel cammino della santificazione. Con una premura nuova nel promuovere in noi l’identificazione con Cristo, questo vuol dire esercitare una lotta interiore più decisa nel respingere quanto ci allontana dalla fedeltà a Dio e nel dare quel passo avanti nel cammino della virtù. Il senso cristiano del tempo ci porta a cogliere con prontezza le mozioni dello Spirito e a mettere in atto senza remore quanto ci chiede: offrire quel gesto di comprensione, di perdono; realizzare quell’atto di fortezza di fronte a una difficoltà, quell’atto di umiltà e di disponibilità per vivere la dimensione del servizio nel nostro ministero.

Santificare il tempo nella dedicazione quotidiana al ministero comporterà la prontezza nell’affrontare con diligenza e competenza i compiti a noi assegnati, rifuggendo dalla pigrizia, dal disordine, dall’intemperanza, dall’eccessiva attenzione a noi stessi: come i servitori alle nozze di Cana, cercheremo di riempire le giare fino all’orlo, cioè di spenderci con fede e generosità richiamando così quella grazia che trasforma “l’acqua” del nostro impegno in “vino” di santificazione delle anime.
Possiamo proporci di percorrere il tempo, che è gloria di Dio e degli uomini suoi figli, con uno stile di vita sobrio che non si attardi nella ricerca di spazi di dispersione o di ricerca di piccole gratificazioni. Possiamo imparare a vivere il criterio dell’ “oggi, adesso “ perché, come suggerisce S. Josemaría Escrivá, “Domani! Qualche volta è prudenza; molte volte è l'avverbio dei vinti” (Cammino 251). Ci sono tante piccole e grandi azioni che possiamo realizzare quanto prima, senza rimandarle per comodità: una telefonata, un messaggio, dare una risposta attesa, terminare un lavoro, rimettere al suo posto una cosa utilizzata, cercare di risolvere con prontezza un problema che sorge in maniera imprevista… Avremo un programma di lavoro, ci daremo delle priorità cercando di rispettarle con spirito di temperanza e obbedienza alla volontà di Dio, resistendo alle urgenze false e apparenti che creano disordine e sapendo cogliere quelle vere.

In modo particolare sentiremo che “il tempo è breve” nell’iniziativa pastorale e missionaria: “non ci deve avanzare nemmeno un secondo di tempo: non sto esagerando. Lavoro ce n'è; il mondo è grande e si contano a milioni le anime che ancora non hanno ascoltato con chiarezza la dottrina di Cristo (…)Mi potrai dire: e perché dovrei sforzarmi? Non ti rispondo io, ma san Paolo: L'amore del Cristo ci spinge [2 Cor 5, 14]. L'intero spazio di un'esistenza è poco per dilatare le frontiere della tua carità. (S. Josemaría Escrivá, Amici di Dio, nn. 42-43)

Novembre 2025



Perché stessero con Lui e per inviarli

Queste parole, riferite dall’evangelista Marco (3,14), esprimono il senso della chiamata dei dodici da parte di Gesù, senso che accompagna anche la vita di ogni presbitero. Infatti, la presenza viva di Gesù risorto nella Chiesa conferisce a queste parole un significato che va ben al di là del momento in cui furono pronunciate: sono costitutive del senso della chiamata al ministero sacerdotale che Gesù rivolge lungo i secoli nella Chiesa e del suo esercizio.
Non è possibile – o porterebbe all’infecondità – farsi strumenti del sacerdozio di Cristo, vivere la missione affidata, senza cercare questo stare con Lui come discepoli che si nutrono della relazione viva con Cristo e che ne assimilano i sentimenti (cfr. Fil 2,5). Allo stesso tempo, queste parole ci ricordano che la chiamata è per la missione: lo stare con Lui comporta essere continuamente inviati al servizio della Redenzione.

Il rapporto tra vita di unione con Cristo e svolgimento del ministero sacerdotale è sempre stato chiave di volta della autenticità e fecondità della vita sacerdotale. Ma spesso questo rapporto viene messo alla prova dall’interno e dall’esterno della vita del presbitero.

Un approccio alla vita sacerdotale fondato principalmente sui desideri e sulle aspirazioni personali del presbitero può spingere a un impegno anche generoso nel lavoro pastorale che, tuttavia, finisce per prescindere dall’esigenza di vivere e coltivare lo “stare con Lui”, nella relazione personale della preghiera e del rapporto con l’Eucaristia. In direzione opposta, talora, si potrebbe intendere lo “stare con Cristo” come qualcosa che metta in ombra l’essere inviato: la vita di preghiera e la celebrazione dei sacramenti potrebbero essere vissute come ambito nel quale si consuma la prospettiva del proprio ministero, dimenticando di essere inviati: cioè una relazione con Cristo che non corrisponde ai desideri di Cristo e al senso del ministero sacerdotale.

Anche le circostanze esterne possono talvolta spingere in una direzione o nell’altra: le difficoltà o l’apparente infecondità dell’impegno pastorale potrebbero talvolta muovere a “rinchiudersi” in una vita sacramentale e di preghiera dalla quale però non si trae a sufficienza la linfa della fede, né si rinnova uno zelo pastorale che non si dà per vinto. Al contrario, in condizioni che favoriscono o anche spingono al proliferare dell’organizzazione pastorale, il presbitero può essere trascinato, e sentirsi appagato, da questo continuo impegno organizzativo e sminuire così, un po’ per volta, la portata della vita interiore e della relazione di fede viva con Cristo nei sacramenti, giungendo a trascurare la propria vita spirituale.

L’esempio di vita di Gesù ci guida alla scoperta di un impegno di ministero generoso che sorge e si rinnova proprio in una genuina vita di relazione con Dio nella preghiera. Se contempliamo da vicino la vita di Cristo, restiamo colpiti dal suo desiderio di intrattenersi frequentemente con il Padre: il Vangelo narra che “Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava “ (Mc 1,35) e così pure che, dopo il grande miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, “salì sul monte in disparte a pregare” (Mt 14,23); prima della scelta dei dodici, “passò tutta la notte pregando Dio” (Lc 6, 12); e spesso, mentre era in mezzo alla gente, si rivolgeva apertamente al Padre per ringraziarlo di ciò che operava attraverso di Lui (Mt 11,25 e Gv 11,41).
Seguendo l’esempio di Cristo, ci sentiamo chiamati a immergere il nostro ministero quotidiano in un continuo dialogo con Lui e, in Lui, con il Padre. “Il vero missionario, che non smette mai di essere discepolo, sa che Gesù cammina con lui, parla con lui, respira con lui, lavora con lui. Sente Gesù vivo insieme con lui nel mezzo dell’impegno missionario” (Evangelii gaudium, 264).

Siamo dunque chiamati a camminare sempre dietro a Gesù. “Seguire Cristo: questo è il segreto. Accompagnarlo così da vicino, da vivere con Lui, come i primi dodici; così da vicino, da poterci identificare con Lui. Non tarderemo ad affermare, se non avremo posto ostacoli alla grazia, che ci siamo rivestiti di Gesù Cristo, nostro Signore [Cfr Rm 13, 14]. Il Signore si riflette nella nostra condotta, come in uno specchio. Se lo specchio è quale deve essere, accoglierà il volto amabilissimo del nostro Salvatore senza sfigurarlo, senza caricature: e gli altri avranno la possibilità di ammirarlo, di seguirlo” (San Josemaría Escrivá, Amici di Dio, n. 299)

Così Papa Leone si rivolgeva ai sacerdoti in occasione del loro giubileo: “Le parole di Gesù «Vi ho chiamato amici» (Gv 15,15) non sono soltanto una dichiarazione affettuosa verso i discepoli, ma una vera e propria chiave di comprensione del ministero sacerdotale. Il sacerdote, infatti, è un amico del Signore, chiamato a vivere con Lui una relazione personale e confidente, nutrita dalla Parola, dalla celebrazione dei Sacramenti, dalla preghiera quotidiana. Questa amicizia con Cristo è il fondamento spirituale del ministero ordinato, il senso del nostro celibato e l’energia del servizio ecclesiale cui dedichiamo la vita. Essa ci sostiene nei momenti di prova e ci permette di rinnovare ogni giorno il “sì” pronunciato all’inizio della vocazione”. Leone XIV- Ai Partecipanti all'Incontro per Sacerdoti promosso dal Dicastero per il Clero (26 giugno 2025)

«E davanti a te sta ogni mio desiderio» (Sal 37, 10). Commentando le parole del salmo, S. Agostino ci dice: “Il tuo desiderio è la tua preghiera: se continuo è il tuo desiderio, continua è pure la tua preghiera. L’Apostolo, infatti, non a caso afferma: «Pregate incessantemente» (1 Ts 5, 17). S'intende forse che dobbiamo stare continuamente in ginocchio o prostrati o con le mani levate per obbedire al comando di pregare incessantemente? Se intendiamo così il pregare, ritengo che non possiamo farlo senza interruzione. Ma v'è un'altra preghiera, quella interiore, che è senza interruzione, ed è il desiderio … Se non vuoi interrompere di pregare, non cessare di desiderare. Il tuo desiderio è continuo, continua è la tua voce. Tacerai, se smetterai di amare… La freddezza dell'amore è il silenzio del cuore, l'ardore dell'amore è il grido del cuore” Lettera a Proba.

La decisione di coltivare - nel bel mezzo delle attività del ministero - la relazione personale con Dio sviluppa un “programma di vita spirituale “ che si va snodando nelle nostre giornate intense, ma vissute coltivando l’amicizia con Cristo: dall’offerta della giornata, alla liturgia delle Ore, alla celebrazione Eucaristica; dalla meditazione, alla preghiera del Rosario e ai brevi momenti che scandiscono la devozione mariana; dalla lettura spirituale, all’esame di coscienza serale, ecc. Il piano di vita spirituale, più che un «sistema», è l’impegno in una relazione: quella del discepolo con Gesù, con lo Spirito Santo, quella di un figlio con suo Padre; e questa relazione è il cuore del cammino della santificazione. È la risposta concreta a Dio che ci attende, allo Spirito Santo che vuole operare la ns configurazione con Cristo. È l’impegno della propria libertà – che si rinnova ogni volta - per vivere con il cuore in costante ricerca – “ l’anima mia ha sete del Dio vivente” - del dialogo con Dio Padre, con il Figlio e con lo Spirito Santo.

Corrispondendo all’azione dello Spirito siamo chiamati a tener vivo questo desiderio che si fa preghiera in ogni momento della nostra giornata. Ma per sostenere tutto questo, S. Agostino aggiunge: “non cessiamo mai di pregare. Ma, a questo fine, è necessario che stabiliamo certi tempi fissi per richiamare alla nostra mente il dovere della preghiera, distogliendola da altre occupazioni o affari, che in qualche modo raffreddano il nostro desiderio, ed eccitandoci con le parole dell'orazione a concentrarci in ciò che desideriamo. Facendo così, eviteremo che il desiderio, tendente a intiepidirsi, si raffreddi del tutto o si estingua per mancanza di un frequente stimolo” Lettera a Proba.

A partire da questi tempi di incontro e di colloquio ampio e profondo con Gesù nella meditazione quotidiana, cresce la capacità di non abbandonare mai la conversazione con Lui, ma di voler coinvolgere in essa tutto il nostro ministero quotidiano. “Grazie a questi momenti di meditazione, grazie alle orazioni vocali e alle giaculatorie, sapremo trasformare la nostra giornata, con spontaneità e senza spettacolarità, in una lode continua a Dio. Ci manterremo alla sua presenza, così come gli innamorati rivolgono continuamente il loro pensiero alla persona amata, e tutte le nostre azioni, anche le più piccole, si riempiranno di efficacia spirituale” (S. Josemaría Escrivà, E’ Gesù che passa, n.119).

È così, seguendo Cristo da vicino, che maturano le luci necessarie per aprire sempre nuove strade nel nostro impegno pastorale. “Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale” (Evangelii gaudium, n.11). Il nostro stare vitalmente uniti alla vite che è Cristo genera un’azione pastorale generosa, piena di iniziativa e che si pone sempre di nuovo al servizio dei piani salvifici di Dio.
    Ottobre 2025  



Essere sale e luce

"Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa" Mt 5, 13-16.
Con queste parole Gesù faceva comprendere che il regno di Dio che stava per instaurare veniva a svilupparsi dentro alla vita delle persone e che si espandeva a partire dalla vita di coloro nei quali questo regno esisteva. Per questo parla di essere sale, di essere luce: portare il Regno di Dio non voleva dire essere dei meri divulgatori  di un messaggio religioso, ma trasmettere attraverso la propria esistenza, nell’azione della grazia, la realtà personale dell’amicizia con Dio, della vita di figli di Dio.

Lo sviluppo del cristianesimo avvenne proprio così. Ciò che mosse alla fede tanti giudei e pagani – come si intravede nel racconto degli Atti - fu la spinta che proveniva dalla vita personale di coloro che credevano al Vangelo: la vita generosa e santa di una madre o di un padre di famiglia, di un militare o di un commerciante, di un impiegato imperiale o di un contadino ....., così come dei ministri della Chiesa: diaconi, presbiteri e vescovi.

L’inizio di un nuovo anno di ministero pastorale può essere per ogni presbitero l’occasione propizia per valutare, prima di ogni opportuna scelta pastorale per il nuovo anno, l’importanza primaria di essere prima di tutto sale e luce con la sua vita personale. Decidersi, con più chiarezza e determinazione, non solo a disimpegnare in modo degno il proprio ministero sacerdotale, ma a farlo cercando prima di tutto la crescita personale nella santità, per essere così sale che dà sapore, luce che illumina.

Sappiamo bene che la vocazione battesimale è chiamata alla santità e che la vocazione al sacerdozio, che in quella si manifesta, non è mera realizzazione di alcuni compiti sacri, ma chiamata a sviluppare la santità nel partecipare in un modo specifico al ministero sacerdotale di Cristo. Sappiamo anche, per esperienza, che potremmo dedicarci a un compimento anche diligente e illuminato del nostro ministero lasciando però in second’ordine – e perdendo talora di vista - la risposta a quelle chiamate che lo Spirito Santo ci rivolge attraverso lo svolgimento dei compiti del ministero: chiamate di conversione, di crescita, alla configurazione profonda con Cristo.

E' possibile scivolare nella tiepidezza: "Sei tiepido se fai pigramente e di malavoglia le cose che si riferiscono al Signore; se vai cercando con calcolo o con furbizia il modo di diminuire i tuoi doveri; se non pensi che a te stesso e alla tua comodità; se le tue conversazioni sono oziose e vane; se non aborrisci il peccato veniale; se agisci per motivi umani" (S. Josemaría Escrivá, Cammino n. 331).
Possono radicarsi atteggiamenti di imborghesimento che ci spinge verso la priorità della comodità personale e dell’affermazione di noi stessi perdendo di vista l’atteggiamento di servizio, intiepidendo il nostro zelo pastorale.
L’epoca che stiamo attraversando sottolinea a tutti i cristiani, e in primo luogo ai presbiteri, la necessità di una testimonianza di santità che emerga dalla propria vita per attrarre e disporre ad accogliere l’annuncio di Cristo. Per la diffusione dei social media si moltiplicano le parole e le immagini che parlano delle realtà evangeliche, ma l’animo umano, pur risvegliato da questi opportuni richiami, ha bisogno del contatto vivo con esistenze profondamente cristiane.

Per questo dobbiamo scacciare la tentazione di “dedicarci alle cose di Dio”, ma “senza procedere prima di tutto personalmente secondo la vita di Dio!” Non possiamo “ dare sapore”, senza essere sale, né “dare luce”, senza “essere luce”. "È necessario – ci dice S. Josemaría - che tu sia "uomo di Dio", uomo di vita interiore, uomo di preghiera e di sacrificio. - Il tuo apostolato dev'essere un traboccare della tua vita "al di dentro" (Cammino n. 961). Per questo è necessario avere a cuore di utilizzare i mezzi che il Signore ci offre per crescere nell’identificazione con Lui.

I sacramenti, di cui siamo dispensatori presso i fedeli, devono essere la nostra forza vitale. Il Sacrificio eucaristico e la Comunione al Corpo di Cristo devono essere davvero centro e radice della nostra vita quotidiana di sacerdoti. Il sacramento della Riconciliazione deve scandire per noi i passi di un cammino reale di conversione e di crescita. La relazione personale con Cristo, attraverso il dialogo sincero della meditazione quotidiana e momenti opportuni di un piano di vita spirituale quotidiano, ci sostiene e ci illumina come avvenne con i discepoli sulla via per Emmaus. È necessario coltivare la nostra formazione spirituale attraverso le opportunità che le stesse diocesi e altre istituzioni della Chiesa ci offrono.

A tutto questo deve accompagnarsi la disposizione ad affrontare la lotta interiore necessaria per seguire il Maestro: “a tutti, diceva: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua»” Lc 9,23. Per far affermare la vita di Cristo in noi, la grazia ha bisogno di trovare la corrispondenza - per amore a Dio - della nostra lotta contro “ l’uomo vecchio”. “Lotta ascetica, intima, che ogni cristiano è tenuto a sostenere contro tutto ciò che nella sua vita non viene da Dio: la superbia, la sensualità, l'egoismo, la superficialità, la meschinità del cuore” (S. Josemaría Escrivá, E’ Gesù che passa, n. 73).

Nella Liturgia dell’ordinazione sacerdotale ci venne chiesto: “Volete essere sempre più uniti strettamente a Cristo Sommo Sacerdote che come vittima pura si è offerto al Padre per noi consacrando voi stessi a Dio insieme a lui per la salvezza degli uomini?
E ci venne dato questo richiamo: "Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai. Conforma la tua vita al mistero della Croce di Cristo Signore."
Tutto questo ogni giorno, viene reso possibile dalla grazia divina - se attingiamo con fede personale ai sacramenti, alla preghiera liturgica, alla preghiera di intimo dialogo con Dio - proprio attraverso i compiti che ci sono affidati nel nostro quotidiano ministero, nello snodarsi delle varie circostanze che accompagnano la nostra missione. “e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa” Mt 5, 16.

  Settembre 2025   

 


La grandezza delle cose piccole

"Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata»" Mt 13,31-33.
Fra gli esempi e le parabole che il Signore racconta per aiutarci ad entrare nel mistero del Regno di Dio, quella del granello di senape ci lascia comprendere che la crescita del Regno – in noi e fuori di noi non dipende - né si può misurare - dalle dimensioni delle realtà umane attraverso le quali agisce la grazia, ma dalla sua fecondità intrinseca. Lo stesso si può dire dell’esempio del lievito che, pur essendo una piccola quantità, mescolato con una notevole quantità di farina, la trasforma tutta.

La mentalità umana guarda a ciò che è grande, e a ciò che “fa rumore”: l’azione divina progredisce più abitualmente nel piccolo e in ciò che non appare, che non fa rumore. Un aspetto, questo, di grande rilievo per ogni uomo e ogni donna che si confrontino con il desiderio di una pienezza di vita cristiana nella loro vita ordinaria nelle cose del mondo, fatta di tante piccole cose – compiti, gesti, relazioni, cc. – che si susseguono ogni giorno, che non saltano all’occhio per la loro importanza o singolarità.

È proprio la vita trascorsa da Cristo per tanti anni a Nazaret - e con lui, quella di Maria e di Giuseppe - che ci parla prima di tutto della dimensione di pienezza di unione con Dio che può avere la vita ordinaria e ci apre alla comprensione del valore di santificazione del piccolo, di ciò che non fa rumore.

"Gesù, che cresce e vive come uno di noi, - ci dice S. Josemaría Escrivá - ci rivela che l'esistenza umana, con le sue situazioni più semplici e comuni, ha un senso divino. Benché abbiamo considerato tante volte questa verità, ci deve pur sempre riempire di ammirazione la considerazione di quei trent'anni di oscurità che costituiscono la maggior parte del tempo che Gesù ha trascorso tra gli uomini suoi fratelli. Anni oscuri, ma per noi luminosi come la luce del sole. Sono, anzi, lo splendore che illumina i nostri giorni, che dà ad essi il loro autentico significato .... la sua vita era stata la vita comune della gente della sua terra. Egli stesso era noto come faber, filius Mariae, l'artigiano, figlio di Maria. Ed era Dio, e veniva a compiere la Redenzione del genere umano, ad attirare a sé tutte le cose" (E’ Gesù che passa, n. 14-15).
È proprio nella vita ordinaria di Cristo a Nazaret che ogni uomo e ogni donna trova la luce di una dimensione insospettata alla sua esistenza comune, quotidiana, fatta di piccoli gesti, dei compiti necessari per portare avanti la propria esistenza, quella della propria famiglia, del proprio lavoro, le abituali relazioni di parentela e amicizia, ecc.: che cioè proprio lì possa crescere il Regno di Dio, possano maturare frutti di autentica santità cristiana.

Anche il ministero sacerdotale è chiamato a svolgersi ogni giorno inserendosi nello scorrere ordinario della vita degli uomini, per portare loro la grazia dei sacramenti, della Parola di Dio e della guida pastorale, attraverso i piccoli passi di ogni giorno: senza singolarità, senza “fare rumore”. È in tal modo che siamo chiamati a essere sale, luce, ad essere buoni pastori per gli altri: ed è in tal modo che siamo chiamati a cercare la nostra santificazione.

Seguire la configurazione con Cristo nella vita ordinaria fa risplendere in modo particolare il valore di santificazione di azioni semplici, spesso ripetute, che a uno sguardo superficiale possono sembrare slegate dal grande fine al quale miriamo e per questo quasi irrilevanti per la relazione con Dio. Forse le percepiremo come “compimento di un dovere”; ma talora nella loro sostanza possono sembrarci anonime, senza volto.
Eppure il Signore insiste: “Bene, servo buono e fedele, gli rispose il padrone, sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone” Mt 25, 23

Penetrando con fede e ascolto dello Spirito nella vita ordinaria di Gesù a Nazaret possiamo renderci conto che ogni Suo gesto, pur piccolo, esprimeva la ricerca dell’unione al Padre e la realizzava: una volontà di amore, di unione nel desiderio di compiere la Sua volontà. Ogni gesto di Cristo è scintilla di amore, di lode, di glorificazione, di donazione. In tal modo, attraverso l’azione della grazia, Cristo vuole far crescere il Suo Regno nelle piccole cose della nostra vita ordinaria nelle quali ci attende perché è lì che ci ha chiamato a seguirlo. “Sappiatelo bene: c'è un qualcosa di santo, di divino, nascosto nelle situazioni più comuni, qualcosa che tocca a ognuno di voi scoprire” (S. Josemaría Escrivá, Colloqui, n.114).

Dobbiamo dunque reagire alla tentazione di pensare che il rapporto con Dio possa essere vivo solo in momenti speciali, in occasioni straordinarie, abbandonando invece alla routine le piccole cose dell’operare quotidiano, quasi che a Dio quelle cose non interessino, in attesa forse di qualcosa di più vistoso. Prenderebbe spazio in noi una visione orizzontale: valgono le azioni che agli occhi degli uomini sono importanti, vengono apprezzate … oppure quelle che più ci gratificano … : le altre cercheremmo di “smaltirle”, accettando di percorrere tanti spazi di “privi di senso”. In tal modo ci sfuggirebbe il senso profondo dell’Incarnazione e il valore dei trent’anni di vita di Gesù a Nazaret.

In particolare in questo tempo estivo, nel quale spesso si smaglia il ritmo abituale del nostro ministero, lo sguardo di fede alle cose piccole di ogni giorno ci aiuterà a vivere l’unione con Dio, a rendere fecondo ogni gesto, anche apparentemente privo di significato. In particolare le piccole cose della carità e del servizio agli altri: accogliere ogni singola persona con cordialità e interesse, rispondere con disponibilità alla richiesta di ricevere il sacramento della riconciliazione, curare la preparazione della celebrazione eucaristica quotidiana, visitare un ammalato, farsi carico con pazienza delle piccole necessità materiali della parrocchia, dedicare qualche spazio, benché limitato, per lo studio e l’approfondimento pastorale, e anche dei momenti opportuni per riposare e recuperare le forze, ecc.

Ci aiuta Maria che, seguendo da vicino la vita ordinaria di Gesù riempi di fecondità le piccole cose della sua vita quotidiana di Nazaret. “Perché è l'amore la chiave per intendere la vita di Maria. Un amore vissuto sino in fondo, sino alla dimenticanza completa di sé, nell'appagamento di essere là, dove Dio vuole, a compiere con diligenza appassionata la sua volontà. È per questo che ogni gesto di Maria, anche il più piccolo, non è mai banale, ma pieno di significato. Maria, nostra Madre, è per noi esempio e cammino. Dobbiamo cercare di imitarla nelle circostanze concrete in cui Dio ci chiede di vivere”. (S. Josemaría Escrivá, È Gesù che passa, n. 148)

Luglio 2025    


Il Cuore di Gesù, pace dei cristiani
(nel 50° anniversario della morte di S. Josemaria, proponiamo alcuni brani di una sua omelia pronunciata nella Solennità del S. Cuore)

Dio Padre si è degnato di concederci, nel cuore di suo Figlio, infinitos dilectionis thesauros, tesori inesauribili di amore, di misericordia, di tenerezza. Per convincerci dell'evidenza dell'amor di Dio - che non solo ascolta le nostre preghiere, ma le previene - basta seguire il ragionamento di san Paolo: Egli che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi, come non ci donerà ogni cosa insieme con Lui?

La grazia rinnova l'uomo dall'interno e lo converte, da peccatore e ribelle, in servo buono e fedele. E fonte di ogni grazia è l'amore che Dio nutre per noi e che Egli stesso ci ha rivelato, non soltanto con le parole, ma con i fatti. L'amore divino fa sì che la seconda Persona della Santissima Trinità, il Verbo Figlio di Dio Padre, prenda la nostra carne, e cioè la nostra condizione umana, eccetto il peccato. E il Verbo, Parola di Dio, è Verbum spirans amorem, la Parola dalla quale procede l'Amore.

L'amore ci si rivela nell'Incarnazione, nel cammino redentore di Gesù Cristo sulla nostra terra, fino al sacrificio supremo della Croce. E, sulla Croce, si manifesta con un nuovo segno: Uno dei soldati gli colpì il costato con la lancia e subito ne uscì sangue e acqua. Acqua e sangue di Gesù che ci parlano di una donazione realizzata sino in fondo, sino al consummatum est: tutto è compiuto, per amore.

Nella festa di oggi, considerando ancora una volta i misteri centrali della nostra fede, ci meravigliamo del modo in cui le realtà più profonde - l'amore di Dio Padre che dona il Figlio, e l'amore del Figlio che cammina sereno verso il Calvario - si traducano in gesti così alla portata degli uomini. Dio non si rivolge a noi in atteggiamento di potenza e di dominio; viene a noi assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini.

Gesù non si mostra mai lontano o altezzoso anche se nei suoi anni di predicazione lo vediamo a volte indignato e addolorato per la malvagità degli uomini. Ma, se facciamo attenzione, vediamo subito che il suo sdegno e la sua ira nascono dall'amore: sono un ulteriore invito a uscire dall'infedeltà del peccato. Forse che io ho piacere della morte del malvagio - dice il Signore - o non piuttosto che desista dalla sua condotta e viva?
Queste parole ci spiegano tutta la vita di Cristo e ci fanno comprendere perché si è presentato a noi con un cuore di carne, con un cuore come il nostro, sicura prova di amore e testimonianza costante del mistero inenarrabile della carità divina.

Non posso fare a meno di confidarvi una cosa che mi fa soffrire e mi spinge ad agire: pensare agli uomini che ancora non conoscono Cristo, che non riescono ancora a intuire la profondità del tesoro che ci attende nel Cielo, e che camminano sulla terra come ciechi, inseguendo una gioia della quale ignorano il vero volto o perdendosi per strade che li allontanano dall'autentica felicità. Capisco bene ciò che l'apostolo Paolo dovette provare quella notte nella città di Troade, quando in sogno ebbe una visione: Gli stava davanti un macedone e lo supplicava: «Passa in Macedonia e aiutaci!». Dopo che ebbe avuto questa visione, subito cercammo - Paolo e Timoteo - di partire per la Macedonia, ritenendo che Dio ci aveva chiamati ad annunciarvi la parola del Signore.

Non sentite anche voi che Dio ci chiama, che ci urge, per mezzo di tutto ciò che accade attorno a noi, a proclamare la buona novella della venuta di Gesù? Ma, a volte, noi cristiani rimpiccioliamo la nostra vocazione, cadiamo nella superficialità, perdiamo il tempo in dispute e contese. O, peggio ancora, non manca chi si scandalizza falsamente per il modo in cui alcuni vivono certi aspetti della fede o determinate devozioni e, invece di aprir nuove strade sforzandosi essi stessi di viverle nella maniera che ritengono retta, si dedicano a criticare e a distruggere. Certamente possono verificarsi, e di fatto si verificano, delle manchevolezze nella vita dei cristiani. Ma ciò che importa non siamo noi con le nostre miserie: l'unica cosa che conta è Lui, Gesù. È di Cristo che dobbiamo parlare, non di noi stessi.

Queste riflessioni mi vengono suggerite da alcune voci intorno a una supposta "crisi" della devozione al Sacro Cuore di Gesù. Tale crisi non esiste; la vera devozione è stata ed è tuttora un atteggiamento vivo, pieno di senso umano e di senso soprannaturale. I suoi frutti sono, ieri come oggi, frutti saporosi di conversione e di donazione, di compimento della volontà di Dio, di penetrazione amorosa dei misteri della Redenzione. Cosa ben diversa sono invece le manifestazioni di certo sentimentalismo inefficace, carente di dottrina e impastato di pietismo. Nemmeno a me piacciono quelle immagini leccate, quelle figure del Sacro Cuore che non possono ispirare alcuna devozione a persone dotate di buon senso umano e soprannaturale. Ma non si dà prova di correttezza logica quando si trasformano certi abusi pratici, destinati a estinguersi da soli, in problemi dottrinali e teologici.

Se crisi c'è, è quella del cuore degli uomini, che non riescono - per miopia, per egoismo, per ristrettezza di orizzonti - a intravvedere l'insondabile amore di Cristo nostro Signore. La liturgia con cui la Santa Chiesa celebra, fin dalla sua istituzione, la festa del Sacro cuore, ha sempre offerto l'alimento della vera pietà raccogliendo come lettura della Messa un testo di san Paolo che ci propone tutto un programma di vita contemplativa - conoscenza e amore, orazione e vita - che si fonda proprio sulla devozione al Cuore di Gesù. Dio stesso, per bocca dell'Apostolo, ci invita a percorrere questo cammino: Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità, e conoscere l'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio.

La pienezza di Dio ci viene rivelata e ci viene data in Cristo, nell'amore di Cristo, nel Cuore di Cristo. Perché è il cuore di Colui nel quale abita corporalmente tutta la pienezza della divinità. Ma quando si perde di vista questo grande disegno divino - la corrente d'amore instaurata nel mondo con l'Incarnazione, la Redenzione e la Pentecoste - non si potrà mai comprendere tutta la ricchezza del Cuore del Signore.

Prestiamo attenzione al significato profondo racchiuso in queste parole: Sacro Cuore di Gesù. Quando parliamo del cuore umano non ci riferiamo solo ai sentimenti, ma alludiamo a tutta la persona che vuol bene, che ama e frequenta gli altri. Nel modo umano di esprimerci, il modo raccolto dalle Sacre Scritture perché potessimo intendere le cose divine, il cuore è considerato come il compendio e la fonte, l'espressione e la radice ultima dei pensieri, delle parole e delle azioni. Un uomo, per dirla nel nostro linguaggio, vale ciò che vale il suo cuore. Al cuore appartengono: la gioia - gioisca il mio cuore nella tua salvezza; il pentimento - il mio cuore è come cera, si fonde in mezzo alle mie viscere; la lode a Dio - effonde il mio cuore liete parole; la decisione di ascoltare il Signore - saldo è il mio cuore; la veglia amorosa - io dormo, ma il mio cuore veglia; e anche il dubbio e il timore - non sia turbato il vostro cuore, abbiate fede in me.

Il cuore non si limita a sentire: sa e capisce. La legge di Dio si scrive nel cuore e in esso rimane scritta. La Scrittura aggiunge ancora: La bocca parla dalla pienezza del cuore. Il Signore apostrofa gli scribi: Perché mai pensate cose malvagie nei vostri cuori?. E, come sintesi dei peccati che l'uomo può commettere, Gesù dice: Dal cuore provengono i propositi malvagi, gli omicidi, gli adultèri, le prostituzioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie. Quando la Sacra Scrittura parla del cuore, non intende un sentimento passeggero che porta all'emozione o alle lacrime. Parla del cuore - come testimonia lo stesso Gesù - per riferirsi alla persona che si rivolge tutta, anima e corpo, a ciò che considera il suo bene: Perché là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.

Ecco pertanto che, considerando il Cuore di Gesù, scopriamo la certezza dell'amore di Dio e la verità del suo donarsi a noi. Nel raccomandare la devozione al Sacro Cuore, non facciamo che raccomandare di orientare integralmente noi stessi, con tutto il nostro essere - la nostra anima, i nostri sentimenti, i nostri pensieri, le nostre parole e le nostre azioni, le nostre fatiche e le nostre gioie - a Gesù tutto intero. La vera devozione al Cuore di Gesù consiste in questo: conoscere Dio e conoscere noi stessi, guardare a Gesù e ricorrere a Lui che ci esorta, ci istruisce, ci guida. In questa devozione non si dà altra superficialità che quella dell'uomo che, non essendo interamente umano, non riesce a cogliere la realtà del Dio incarnato.

Gesù crocifisso, con il cuore trafitto dall'amore per gli uomini, è una risposta eloquente - le parole sono superflue - alla domanda sul valore delle cose e delle persone. Gli uomini, la loro vita e la loro felicità, valgono tanto che lo stesso Figlio di Dio si dona loro per redimerli, purificarli, elevarli. Chi non amerà quel Cuore così ferito? si domandava un'anima contemplativa, davanti a questo spettacolo. E continuava: Chi non ricambierà amore per amore? Chi non abbraccerà un Cuore così puro? Noi, che siamo di carne, pagheremo amore con amore, abbracceremo il nostro ferito, al quale gli empi hanno trapassato mani e piedi, il costato e il Cuore. Chiediamogli che si degni di legare il nostro cuore con il vincolo del suo amore e di ferirlo con la lancia, perché è ancora duro e impenitente.

Sono pensieri, affetti, espressioni che da sempre le anime innamorate hanno rivolto a Gesù. Ma per intendere questo linguaggio, per capire veramente il cuore umano, il Cuore di Cristo e l'amore di Dio, occorrono fede e umiltà. Frutto di fede e di umiltà sono le parole universalmente famose che sant'Agostino ci ha lasciato: Ci hai creato, Signore, per te, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te.

Quando si trascura l'umiltà, l'uomo pretende di appropriarsi di Dio, e non nella maniera divina che Cristo ha reso possibile dicendo: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo; bensì cercando di ridurre la grandezza divina ai limiti umani. La ragione umana, la ragione fredda e cieca che non è l'intelligenza che procede dalla fede, e nemmeno la retta intelligenza di chi sa gustare e amare le cose, si trasforma nell'insensatezza di chi sottomette ogni cosa alle sue povere esperienze banali, quelle che rimpiccioliscono la verità sovrumana e ricoprono il cuore di una crosta insensibile alle mozioni dello Spirito Santo. La nostra povera intelligenza si smarrirebbe se non ci venisse incontro il potere misericordioso di Dio che rompe le frontiere della nostra miseria: Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo; toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne. E l'anima ritrova la luce, si riempie di gioia, davanti alle promesse della Sacra Scrittura. (continua)

Giugno 2025


Accogliere e frequentare con Maria lo Spirito Santo

"Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, … Entrati in città, salirono nella stanza al piano superiore, dove erano soliti riunirsi ... Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera, insieme ad alcune donne e a Maria, la madre di Gesù, e ai fratelli di lui"( Atti 1,12-14).
Asceso Gesù al Cielo, i discepoli si riunirono in preghiera nell’attesa del Consolatore da Lui promesso. Spicca in mezzo a loro la presenza di Maria. Gesù, dall’alto della croce, l’aveva consegnata come madre a Giovanni e a tutti loro: e Maria comincia a vivere il suo compito materno guidandoli nel cammino della preghiera che li aprisse ad accogliere lo Spirito Santo nella loro vita, come chiesto loro da Gesù. Maria nutriva già da anni una profonda relazione con lo Spirito Santo, fin da quando, dopo l’annuncio dell’angelo aveva concepito Gesù per opera Sua; e in tutto il cammino della sua vita di madre di Dio aveva acquistato una grande familiarità con Lui e una piena docilità alla Sua azione.

Lo Spirito Santo la guidò, fin dai primi momenti della gestazione di Gesù, nella prova che dovette costituire quel fatto prodigioso nel rapporto con Giuseppe, come pure nelle circostanze inattese e impegnative nelle quali Gesù venne alla luce secondo i disegni divini. Nell’azione dello Spirito, Maria poté penetrare nel significato delle parole riferite dai pastori e, più tardi, dell’arrivo dei magi; come ascoltò, con profonda disponibilità alla volontà di Dio, la profezia di Simeone nel Tempio. Accolse poi con prontezza e fiducia la decisione di Giuseppe che, avvertito dall’angelo, le comunicò che dovevano mettersi rapidamente in viaggio verso l’Egitto per sfuggire alla persecuzione di Erode.

Nell’ascolto e nella docilità allo Spirito Santo dovette comprendere, poi, il significato di quella risposta di Gesù dodicenne quando lei e Giuseppe lo ritrovarono, dopo tre giorni di ricerche, nel Tempio. Non di meno Maria dovette scoprire nella docilità allo Spirito il senso dei tanti anni passati da Gesù a Nazaret prima che si rivelasse come il Messia tanto atteso: un’esistenza così comune che sembrava oscurare il progetto divino che quel suo figlio doveva realizzare secondo l’annuncio dell’angelo. Infine, in questa stessa luce e docilità Maria dovette affrontare il passaggio doloroso della passione e della morte di Gesù sulla croce dove ella seppe accompagnarlo con piena dedizione materna.

Un testo dell’evangelista Luca illumina la nostra comprensione di questo “stile” di fede, di ascolto e di docilità allo Spirito che caratterizza Maria in tutte le circostanze concrete della sua vita: “Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.” (Lc 2,19) Nel cuore di Maria c’è uno spazio sempre aperto alla contemplazione delle cose e degli avvenimenti secondo la luce dello Spirito e al Suo ascolto docile.

Maria ha vissuto pienamente la sua esistenza, i suoi doveri quotidiani, la sua missione di madre, ma ha saputo mantenere in sé uno spazio interiore per riflettere sulla parola e sulla volontà di Dio, su quanto avveniva in Lei, sui misteri della vita del suo Figlio” (Benedetto XVI - Udienza 17 agosto 2011).

Perciò, in quei giorni di attesa del Paraclito promesso da Gesù ai suoi, Maria dovette aiutare i discepoli e le sante donne a fare spazio per accoglierlo, ascoltarlo e farsi docili alla sua azione: attraverso di Lui sarebbero cresciuti in quella “vita nuova” che Cristo Risorto aveva donato a loro e avrebbero trasformato la loro esistenza in una missione: portare nel cuore di ogni uomo l’annuncio della Risurrezione e della Salvezza.

Alla conclusione del mese mariano e in preparazione alla celebrazione della Pentecoste, possiamo farci accompagnare anche noi da Maria per metterci in rapporto con lo Spirito Santo che, fin dal momento del nostro battesimo, opera già nella nostra vita: diventare, come lei, più capaci di avvertirne la presenza, di ascoltarlo e di farci guidare da Lui per essere più “contemplativi” nel disimpegno del nostro ministero ordinario: leggere le circostanze quotidiane nella luce della fede e dell’amore di Dio che ci segue, per corrispondervi con più docilità.
Spesso accade che l’immersione negli impegni quotidiani, pur occupati nelle “cose di Dio”, ci trovi con il cuore lontano da Lui. Possono crearsi in noi come dei compartimenti stagni tra i momenti nei quali ci dedichiamo alla celebrazione dell’Eucaristia, alla Liturgia delle Ore, alla meditazione, ecc.. e il disimpegno delle più varie incombenze che il ministero ci chiede.

Non possiamo pensare che lo sviluppo della contemplazione cristiana possa darsi solo in chi è chiamato ad allontanarsi dal mondo e dalle sue vicende quotidiane. È possibile, con Maria nostra madre, cercare la contemplazione e l’unione con Dio mentre stiamo servendo il Signore nell’incontro con le persone e nel disbrigo di tanti compiti che fanno parte del nostro ministero pastorale.
Ce lo rivela l’esempio di Maria: in lei, infatti, l’unione profondissima con Dio non trova ostacolo nel compimento del lavoro quotidiano, nello svolgersi della sua vita ordinaria, anzi si realizza attraverso di esso. E la ragione è che quei compiti che svolgeva, per servire il Figlio di Dio fatto uomo nel suo grembo, venivano riconosciuti, nell’azione dello Spirito Santo, le vie dell’incontro con Dio, dell’unione con Lui e diventavano così le vie della sua santificazione personale.
"Sappiatelo bene – ci indica San Josemaría - : c'è "un qualcosa" di santo, di divino, nascosto nelle situazioni più comuni, qualcosa che tocca a ognuno di voi scoprire" (S. Josemaría Escrivá, Colloqui, n. 114)
Con Maria, guidati dallo Spirito Santo che è in noi, possiamo imparare a riconoscere sempre la presenza e l’azione di Dio in tutte le cose e tenere viva la relazione di amore con Lui: riconoscere ciò che ci dona e che ci chiede attraverso le circostanze quotidiane della nostra vita e dargli, passo dopo passo, la nostra corrispondenza di amore, conformandoci a Cristo per mezzo dei compiti del nostro ministero. In tal modo esso diventa per noi – come lo fu per Maria la sua vita al servizio della missione di Gesù – il cammino della nostra santificazione.

Perché è l'amore la chiave per intendere la vita di Maria. Un amore vissuto sino in fondo, sino alla dimenticanza completa di sé, nell'appagamento di essere là, dove Dio vuole, a compiere con diligenza appassionata la sua volontà. È per questo che ogni gesto di Maria, anche il più piccolo, non è mai banale, ma pieno di significato. Maria, nostra Madre, è per noi esempio e cammino. Dobbiamo cercare di imitarla nelle circostanze concrete in cui Dio ci chiede di vivere” (S. Josemaría Escrivá, E’ Gesù che passa, n.148)

Maggio 2025    


La speranza non delude

Nella viva luce della Pasqua il Signore ha voluto chiamare a Sé Papa Francesco. Per diverse settimane eravamo stati in apprensione per la sua salute, pregando per lui e per la Chiesa e, quando sembrava ormai inatteso, è giunto il momento in cui la sua vita terrena si è conclusa.
Nella morte di ogni persona cara, insieme al dolore del distacco, brillano come luci, come chiamate che ci interpellano, le realtà di bene che si sono manifestate nella sua vita. Così sta avvenendo, in modo particolare, per Papa Francesco: in questi giorni è emersa alla nostra mente e al nostro cuore la ricca eredità della sua testimonianza e gli appelli che lo Spirito Santo ci ha rivolto attraverso di lui per il nostro cammino di cristiani.
È un compito che vogliamo portare avanti nella preghiera, nella riflessione alla luce dello Spirito Santo, per ringraziare il Signore e mettere a frutto nella nostra vita i doni ricevuti mentre, allo stesso tempo, preghiamo per lui e per il cammino che attende la Chiesa con il nuovo successore di Pietro che verrà eletto nei prossimi giorni.
In quest’ultimo scorcio del suo pontificato, tra i motivi ricorrenti che hanno caratterizzato l’insegnamento di Papa Francesco a partire dall’indizione del Giubileo, c’è quello della Speranza:" «Spes non confundit », «la speranza non delude» (Rm 5,5) – ci diceva nella Bolla di indizione del Giubileo. "Per tutti, possa essere un momento di incontro vivo e personale con il Signore Gesù, «porta» di salvezza (cfr. Gv 10,7.9); con Lui, che la Chiesa ha la missione di annunciare sempre, ovunque e a tutti quale «nostra speranza» (1Tm 1,1). (…). La speranza, infatti, nasce dall’amore e si fonda sull’amore che scaturisce dal Cuore di Gesù trafitto sulla croce”.
Secondo i disegni divini la chiamata di Papa Francesco a crescere nella Speranza, in questo tempo di preparazione alla Pasqua, si è intrecciata con l’esperienza della malattia che lo ha preparato all’incontro con Gesù risorto, la Pasqua eterna della sua vita.

Durante la Settimana Santa la sua parola – pur consegnataci da chi, volta per volta, lo ha sostituito nelle celebrazioni – ci ha guidati a fortificare la nostra Speranza attraverso il mistero della Passione, Morte e Risurrezione di nostro Signore.
Nell’omelia della Domenica delle Palme, Papa Francesco ha condotto il nostro sguardo su Simone di Cirene “Mentre guardiamo, tra la folla, i volti dei soldati e le lacrime delle donne, la nostra attenzione viene attirata da uno sconosciuto, il cui nome entra nel Vangelo all’improvviso: Simone di Cirene. Quest’uomo viene preso dai soldati, che «gli misero addosso la croce, da portare dietro a Gesù»” (…) egli si trova a partecipare in prima persona alla passione del Signore. La croce di Gesù diventa la croce di Simone”.
Nella singolare condizione di Simone Papa Francesco ci aiuta a scoprire quella nella quale si vengono a trovare tanti uomini e donne chiamati ad affrontare la sofferenza che la vita carica sulle loro spalle. Insieme a Simone possiamo riflettere sul mistero della croce che egli seppe abbracciare.

Se ricordiamo che cosa ha fatto Simone per Gesù, ricordiamo pure che cosa ha fatto Gesù per Simone – come per me, per te, per ognuno di noi –: ha redento il mondo. La croce di legno, che il Cireneo sopporta, è quella di Cristo, che porta il peccato di tutti gli uomini. Lo porta per amore nostro, in obbedienza al Padre (cfr Lc 22,42), soffrendo con noi e per noi. È proprio questo il modo, inatteso e sconvolgente, col quale il Cireneo viene coinvolto nella storia della salvezza, dove nessuno è straniero, nessuno è estraneo. (…)

Seguiamo allora il passo di Simone, perché ci insegna che Gesù viene incontro a tutti, in qualsiasi situazione. Quando vediamo la moltitudine di uomini e donne che odio e violenza gettano sulla via del Calvario, ricordiamoci che Dio trasforma questa via in luogo di redenzione, perché l’ha percorsa dando la sua vita per noi. Quanti cirenei portano la croce di Cristo! Li riconosciamo? 
Vediamo il Signore nei loro volti, straziati dalla guerra e dalla miseria? Davanti all’atroce ingiustizia del male, portare la croce di Cristo non è mai vano, anzi, è la maniera più concreta di condividere il suo amore salvifico".


La crescita nella Speranza, per noi sacerdoti, si sviluppa altresì attraverso una rinnovata fede in quella singolare partecipazione alla missione messianica di Cristo, al suo Sacerdozio, a cui siamo stati chiamati. Nell’Omelia della Messa crismale, commentando il passo del Vangelo: “entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo“ (Lc 4,16-17) 
Papa Francesco ci aiuta a leggere: In Gesù si apre il libro della storia e lo si può leggere. Anche noi sacerdoti abbiamo una storia: rinnovando il Giovedì Santo le promesse dell’Ordinazione, confessiamo di poterla leggere soltanto in Gesù di Nazaret. «Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue» (Ap 1,5) apre anche il rotolo della nostra vita e ci insegna a trovare i passi che ne rivelano il senso e la missione. Quando lasciamo che sia Lui a istruirci, il nostro diventa un ministero di speranza, perché in ognuna delle nostre storie Dio apre un giubileo, cioè un tempo e un’oasi di grazia, (…)È un popolo intero a trovare ristoro, quando il giubileo inizia nella nostra vita: (…) in quella prossimità quotidiana del prete alla sua gente in cui le profezie di giustizia e di pace si adempiono.
(…) Gesù legge e ci insegna a leggere il sacerdozio ministeriale come puro servizio al popolo sacerdotale, che abiterà presto una città che non ha bisogno di tempio. L’anno giubilare rappresenta così, per noi sacerdoti, una specifica chiamata a ricominciare nel segno della conversione. Pellegrini di speranza, per uscire dal clericalismo e diventare annunciatori di speranza.(…)

Se Gesù nel rotolo ha trovato questo passo, oggi lo continua a leggere nella biografia di ognuno di noi. Primariamente perché, fino all’ultimo giorno, è sempre Lui a evangelizzarci, a liberarci dalle prigioni, ad aprirci gli occhi, a sollevare i pesi caricati sulle nostre spalle. E poi perché, chiamandoci alla sua missione e inserendoci sacramentalmente nella sua vita, Egli libera anche altri attraverso di noi. In genere, senza che ce ne accorgiamo. Il nostro sacerdozio diventa un ministero giubilare, come il suo”.

La rinnovata apertura alla grazia che ci identifica con Cristo Messia e sacerdote ci fa rivivere nella vita di ogni giorno, il mistero pasquale di morte e risurrezione e ci trasforma in annunciatori di una Speranza che germoglia e cresce a poco a poco nella nostra vita: la luce lentamente risplende anche se siamo nelle tenebre; la speranza di una vita nuova e di un mondo finalmente liberato ci attende; un nuovo inizio può sorprenderci benché a volte ci sembri impossibile, perché Cristo ha vinto la morte (…) 

Questo annuncio, che allarga il cuore, ci riempie di speranza. In Gesù Risorto abbiamo infatti la certezza che la nostra storia personale e il cammino dell’umanità, pur immersi ancora in una notte dove le luci appaiono fioche, sono nelle mani di Dio; e Lui, nel suo grande amore, non ci lascerà vacillare e non permetterà che il male abbia l’ultima parola. Allo stesso tempo, questa speranza, già compiuta in Cristo, per noi rimane anche una mèta da raggiungere: a noi è stata affidata perché ne diventiamo testimoni credibili e perché il Regno di Dio si faccia strada nel cuore delle donne e degli uomini di oggi” (Omelia della Veglia pasquale 2025).

La forza e la fecondità della Speranza crescono in noi al passo del nostro immergerci personalmente nel mistero della morte e risurrezione di Cristo. “Fratelli e sorelle, ecco la speranza più grande della nostra vita: possiamo vivere questa esistenza povera, fragile e ferita aggrappati a Cristo, perché Lui ha vinto la morte, vince le nostre oscurità e vincerà le tenebre del mondo, per farci vivere con Lui nella gioia, per sempre (…). Il Giubileo ci chiama a rinnovare in noi il dono di questa speranza, a immergere in essa le nostre  sofferenze e le nostre inquietudini, a contagiarne coloro che incontriamo sul cammino, ad affidare a questa speranza il futuro della nostra vita e il destino dell’umanità (…)” (Omelia della Messa del giorno di Pasqua 2025).

“L’amore ha vinto l’odio. La luce ha vinto le tenebre. La verità ha vinto la menzogna. Il perdono ha vinto la vendetta. Il male non è scomparso dalla nostra storia, rimarrà fino alla fine, ma non ha più il dominio, non ha più potere su chi accoglie la grazia di questo giorno….” (Messaggio «urbi et orbi» - Pasqua 2025).

Papa Francesco ci ha lasciati spendendo fino alla fine la sua paternità per condurci sulle vie della “Speranza che non delude”. Mentre preghiamo per lui e per la Chiesa intera - e già per colui che lo Spirito Santo chiamerà a succedergli sulla Cattedra di Pietro - raccogliamo, da buoni figli, le luci forti e attraenti che ci ha donato e gli inviti accorati che ci ha rivolto per camminare personalmente ed esercitare il nostro ministero sacerdotale “al passo della Speranza”. “Sì, la risurrezione di Gesù è il fondamento della speranza: a partire da questo avvenimento, sperare non è più un’illusione. No. Grazie a Cristo crocifisso e risorto, la speranza non delude! Spes non confundit! (cfr Rm 5,5). E non è una speranza evasiva, ma impegnativa; non è alienante, ma responsabilizzante. Quanti sperano in Dio pongono le loro fragili mani nella sua mano grande e forte, si lasciano rialzare e si mettono in cammino: insieme con Gesù risorto diventano pellegrini di speranza, testimoni della vittoria dell’Amore, della potenza disarmata della Vita" (Messaggio «urbi et orbi» - Pasqua 2025).

  Aprile 2025  


Sacerdote per l'eternità

In occasione del Centenario dell’Ordinazione Sacerdotale di S. Josemaría Escrivá, avvenuta il 28 marzo del 1925, proponiamo dei brani di una sua omelia sul sacerdozio, pronunciata il 13 aprile 1973.

Qualche giorno fa, durante la celebrazione della santa Messa, mi sono soffermato un istante sulle parole del salmo che la liturgia proponeva come antifona di Comunione: «Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla» [Sal 22, 1. Antifona alla Comunione del sabato della IV settimana di Quaresima]. Questa invocazione mi aveva riportato alla memoria il versetto di un altro salmo che si recitava un tempo nella cerimonia della prima tonsura: «Il Signore è la parte della mia eredità» [Sal 15, 5]. Cristo stesso si mette infatti nelle mani dei sacerdoti, che diventano così «dispensatori dei misteri» — dei portenti — «del Signore» [1 Cor 4, 1]. (…)

Il sacerdozio porta a servire Dio in uno stato che non è, in sé stesso, migliore o peggiore di altri: è diverso. Tuttavia, la vocazione sacerdotale si presenta rivestita di una dignità e di una grandezza tali che null'altro sulla terra può superare. Santa Caterina da Siena pone sulle labbra di Gesù queste parole: «Io non volevo che la riverenzia verso di loro diminuisse... perché ogni riverenzia che si fa a loro, non si fa a loro, ma a me, per la virtù del Sangue che io l'ho dato a ministrare. Unde, se non fusse questo, tanta riverenzia avareste a loro quanta agli altri uomini del mondo, e non più... E così non debbono essere offesi, però che, offendendo loro, offendono me e non loro. E già l'ho vetato, e detto che i miei Cristi non voglio che sieno toccati per le loro mani» [Santa Caterina da Siena, Il Dialogo della divina Provvidenza, cap. 116; cfr Sal 104, 15].
Taluni si affannano a cercare quella che chiamano l'identità del sacerdote. Quanto sono chiare le parole della santa di Siena! Qual è l'identità del sacerdote? Quella di Cristo. Tutti noi cristiani possiamo e dobbiamo essere non soltanto alter Christus, ma anche ipse Christus: un altro Cristo; lo stesso Cristo! Ma il sacerdote lo è in modo immediato, in forma sacramentale.

«Per realizzare un'opera così grande» — quella della Redenzione — «Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel Sacrificio della Messa sia nella persona del ministro, "Egli che, offertosi una volta sulla croce, offre ancora sé stesso per il ministero dei sacerdoti", sia soprattutto sotto le specie eucaristiche» [Concilio Vaticano II, cost. Sacrosanctum Concilium, 7; cfr Concilio di Trento, doctr. De ss. Missae sacrif., cap. 2; DS 1743]. Per mezzo del Sacramento dell'Ordine, il sacerdote è reso effettivamente idoneo a prestare a Gesù nostro Signore la voce, le mani e tutto il suo essere; è Gesù che, nella santa Messa, con le parole della Consacrazione, cambia la sostanza del pane e del vino nel suo Corpo, nella sua Anima, nel suo Sangue e nella sua Divinità.

È questo il fondamento dell'incomparabile dignità del sacerdote. È una grandezza ricevuta in prestito, compatibile con la mia pochezza. Prego Dio nostro Signore che conceda a tutti noi sacerdoti la grazia di compiere santamente le cose sante, di rispecchiare con la nostra stessa vita lo splendore delle grandezze del Signore. «Noi che celebriamo i misteri della Passione del Signore, dobbiamo imitare quello che facciamo. E allora l'ostia occuperà il nostro posto al cospetto di Dio, perché noi stessi ci facciamo ostia» [S. Gregorio Magno, Dialoghi, 4, 59].
Qualora vi imbattiate in un sacerdote che per il suo contegno non sembra vivere secondo il Vangelo — non sta a voi giudicarlo, lo giudica Dio — sappiate che se celebra validamente la santa Messa, con l'intenzione di consacrare, il Signore non si rifiuta di scendere nelle sue mani, ancorché siano indegne. È possibile una donazione maggiore, un annientamento più grande? Più che a Betlemme, più che sul Calvario. Perché? Perché Gesù Cristo ha il cuore angosciato dall'ansia di redenzione, perché non vuole che qualcuno possa dire di non essere stato chiamato, perché Egli stesso va incontro a coloro che non lo cercano.

Egli è Amore! E non c'è altra spiegazione. Quanto sono insufficienti le parole per parlare dell'Amore di Cristo! Egli si adatta a tutto, accetta tutto, si espone a tutto — ai sacrilegi, alle bestemmie, alla fredda indifferenza di tanti — pur di offrire, anche a un solo uomo, l'occasione di scoprire i palpiti del suo Cuore ardente, nel suo petto ferito.
L'identità del sacerdote è questa: essere strumento immediato e quotidiano della grazia salvifica che Cristo ha meritato per noi. Quando si comprende questo principio, quando lo si medita nell'attivo silenzio della preghiera, come possiamo considerare il sacerdozio una rinuncia? È un guadagno incalcolabile. Maria Santissima, nostra Madre, la più santa delle creature — più di Lei solo Dio — trasse una sola volta Gesù al mondo; i sacerdoti lo portano su questa terra, al nostro corpo, alla nostra anima, tutti i giorni: e Gesù viene, per nutrirci, per vivificarci, per essere fin da ora pegno della vita futura. (…)

È opportuno ricordare, con caparbia insistenza, che tutti i sacerdoti — sia noi peccatori che quelli che sono santi — quando celebrano la santa Messa non sono più sé stessi. Sono Cristo che rinnova sull'Altare il suo divino Sacrificio del Calvario. «Nel mistero del Sacrificio Eucaristico, in cui i sacerdoti svolgono la loro funzione principale, viene esercitata ininterrottamente l'opera della nostra Redenzione, e quindi se ne raccomanda caldamente la celebrazione quotidiana, la quale è sempre un atto di Cristo e della sua Chiesa, anche quando non è possibile che vi assistano i fedeli» [Presbyterorum ordinis, 13].
Il Concilio di Trento insegna che «nel divino Sacrificio che si realizza nella Messa, è contenuto e incruentemente immolato quello stesso Cristo che una sola volta ha offerto sé stesso cruentemente sull'altare della Croce... Una sola e la stessa è infatti la vittima; colui che ora viene offerto per mezzo del ministero dei sacerdoti è lo stesso che allora si offrì sulla Croce, essendo diverso soltanto il modo di offrirsi» [De ss. Missae sacr., cap. 2].

La presenza o l'assenza dei fedeli alla santa Messa non modifica in nulla questa verità di fede. Quando celebro circondato dal popolo, ne provo piacere, ma non ho bisogno di considerarmi presidente di un'assemblea. Da un lato, sono un fedele come gli altri; ma, dall'altro, sono anche e soprattutto Cristo sull'Altare. Rinnovo incruentemente il divino Sacrificio del Calvario e consacro in persona Christi, perché rappresento realmente Gesù Cristo, gli do in prestito il mio corpo, la mia voce, le mie mani, il mio povero cuore tanto spesso macchiato e bisognoso di essere da Lui purificato.
Quando celebro la santa Messa con la sola partecipazione di colui che mi aiuta, anche allora il popolo è presente. Sento accanto a me tutti i cattolici, tutti i credenti e anche quelli che non credono. Sono presenti tutte le creature di Dio — la terra, il cielo, il mare, gli animali e le piante —: è la Creazione intera che dà gloria al Signore.
Ma più ancora mi unisco in sommo grado — dirò con le parole del Concilio Vaticano II — al culto della Chiesa celeste, comunicando con essa e venerando la memoria soprattutto della gloriosa sempre Vergine Maria, del beato Giuseppe e dei beati apostoli e martiri, e di tutti i santi [Cfr Lumen gentium, 50].

Chiedo a tutti i fedeli che preghino molto per noi sacerdoti perché sappiamo compiere santamente il santo Sacrificio. Chiedo loro di dimostrare un amore così delicato alla santa Messa, da spingerci a celebrarla con dignità — con eleganza — umana e soprannaturale; con decoro nei paramenti e negli oggetti destinati al culto, con devozione, senza fretta.
Perché questa fretta? Gli innamorati hanno forse fretta di salutarsi dopo un incontro? Sembra che si lascino, ma non se ne vanno; ritornano una volta e un'altra, e si dicono parole comuni come se le scoprissero solo allora... Non abbiate timore di riferire alle cose di Dio gli esempi suggeriti dall'amore nobile e puro degli uomini. Se amiamo il Signore con il nostro cuore di carne — non abbiamo che questo — non avremo fretta di terminare questo incontro, questo appuntamento d'amore con Lui.
Alcuni procedono con calma, né gli importa di prolungare fino alla stanchezza letture, monizioni e avvisi. Ma quando giungono al momento principale della santa Messa, al Sacrificio propriamente detto, diventano precipitosi e contribuiscono a far sì che i fedeli non adorino con devozione Cristo Sacerdote e Vittima, né imparino a rendergli grazie — con calma, senza precipitazione — per essere voluto venire ancora una volta in mezzo a noi.

Tutti gli affetti e i bisogni di un cuore cristiano trovano nella santa Messa il loro vero alveo: quello che, per mezzo di Cristo, conduce al Padre nello Spirito Santo. Il sacerdote deve porre ogni cura perché tutti lo sappiano e lo vivano. Non c'è, ordinariamente, nessuna attività che possa essere anteposta a quella di far conoscere, amare e venerare la Sacra Eucaristia. (…)

Quando un sacerdote vive la santa Messa come si deve — adorando, espiando, impetrando, rendendo grazie, identificandosi con Cristo — e insegna agli altri a fare del Sacrificio dell'Altare il centro e la radice della vita cristiana, dimostra realmente la grandezza incomparabile della sua vocazione, e cioè quel carattere che porta impresso e che non perderà per tutta l'eternità.   
    


   Marzo 2025  


Tempo di misericordia, tempo di conversione

Tu ami tutte le tue creature, Signore, e nulla disprezzi di ciò che hai creato; tu dimentichi i peccati di quanti si convertono e li perdoni, perché tu sei il Signore nostro Dio” (Liturgia del Mercoledì delle Ceneri). Si rinnova un tempo di tenerezza paterna del nostro Dio che si fa incontro ai suoi figli per portarli più dentro alla sua stessa vita, aiutandoli ad allontanare da sé ciò che vi si oppone o che la ostacola. Per questo la grazia della misericordia divina ci chiama alla conversione. “Il Signore non si accontenta di condividere: chiede tutto. E avvicinarsi un po' di più a Lui vuol dire essere disposti a una nuova conversione” (S. Josemaría Escrivá - È Gesù che passa, n.58). È il mistero della gelosia divina che non si riferisce a una desiderio di possesso, ma alla volontà di salvarci e di guidare la nostra vita alla sua pienezza, alla vera gioia.

La grazia della Quaresima si fa particolarmente intensa in quest’anno giubilare. Il Giubileo, infatti, è la manifestazione della grande misericordia di Dio per il suo popolo, testimonianza di quanto Egli ci ama e perciò rivelazione di quanto merita di essere amato: in questa luce il Giubileo è tempo nel quale, toccati dalla misericordia del Padre, siamo invitati ad aprirci a una profonda conversione al Suo amore. “Per tutti, possa essere un momento di incontro vivo e personale con il Signore Gesù, «porta» di salvezza” (Papa Francesco - Spes non confundit), dal quale scaturisca una più profonda esigenza di amore: “il seme divino della carità, che Dio ha posto nelle nostre anime, aspira a crescere, a manifestarsi in opere e a produrre frutti che in ogni momento corrispondano ai desideri del Signore" (S. Josemaría Escrivá - È Gesù che passa, n.58).

L’invito alla conversione risuona con particolare pregnanza nel cuore dei pastori. Guidare le figlie e i figli di Dio sulle strade della misericordia divina e della conversione per una più piena partecipazione alla vita della grazia, chiede a loro per primi una piena disponibilità di ascolto dello Spirito, in un rinnovato incontro personale col Signore crocifisso e risorto che muova alla maturazione di una nuovo cambiamento, un nuovo passo nel cammino della propria santificazione. La volontà di corrispondenza alla grazia si manifesterà, e prenderà corpo, nel percorrere con umile determinazione il cammino quaresimale della preghiera, della penitenza e dell’esercizio della carità. “Queste tre cose, preghiera, digiuno, misericordia, sono una cosa sola, e ricevono vita l'una dall'altra” (S. Pietro Crisologo - Discorsi).

In primo luogo, la preghiera: “quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto”. Raccogliersi nell’intimità con Dio in una preghiera piena di sincerità e disponibilità. “.. io vorrei per tutti noi la vera orazione dei figli di Dio, - ci esorta S. Josemaria Escrivá - non la verbosità degli ipocriti a cui è rivolto l'ammonimento di Gesù: Non chiunque mi dice: «Signore, Signore!» entrerà nel regno dei cieli [Mt 7, 21]. Coloro che sono mossi da ipocrisia potranno forse ottenere il rumore dell'orazione - scriveva Sant'Agostino - ma non la sua voce, perché in essi manca la vita [Sant'Agostino, Enarrationes in Psalmos, 139, 10], perché manca la disposizione di compiere la volontà del Padre. Il nostro invocare il Signore vada dunque unito al desiderio efficace di tradurre in realtà le mozioni interiori che lo Spirito Santo suscita nella nostra anima” 
(S. Josemaría Escrivá - Amici di Dio, 243).

È un richiamo a superare la routine nella quale talora la nostra preghiera perde il contatto vivo e personale con Dio e perciò non ha una vera incidenza sulla nostra vita. «Chiediamoci, magari dopo tanti anni di ministero, che cos’è oggi per noi, che cos’è oggi per me, pregare. Forse la forza dell’abitudine e una certa ritualità ci hanno portati a credere che la preghiera non trasformi l’uomo e la storia. Invece pregare è trasformare la realtà. È una missione attiva, un’intercessione continua. Non è distanza dal mondo, ma cambiamento del mondo. Pregare è portare il palpito della cronaca a Dio perché il suo sguardo si spalanchi sulla storia. Cos’è per noi pregare? E ci farà bene oggi domandarci se la preghiera ci immerge in questa trasformazione; se getta una luce nuova sulle persone e trasfigura le situazioni. Perché se la preghiera è viva, “scardina dentro”, ravviva il fuoco della missione, riaccende la gioia, provoca continuamente a lasciarci inquietare dal grido sofferente del mondo» (Francesco, Omelia, 12 marzo 2022).

Alla preghiera si uniscono la penitenza e la mortificazione: “La vocazione cristiana è vocazione di sacrificio, di penitenza, di espiazione. Dobbiamo riparare per i nostri peccati (…) e per tutti i peccati degli uomini. (…) La mortificazione è il sale della nostra vita. E la migliore mortificazione è quella che - in piccole cose, lungo tutta la giornata - combatte contro la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita. Si tratta di mortificazioni che non mortificano gli altri, che ci rendono più garbati, più comprensivi, più aperti con tutti” (S. Josemaría Escrivá - È Gesù che passa, n.9).

Il frutto genuino di un autentico cammino di preghiera e di sacrificio si manifesterà nella crescita della carità. “Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica. (…) Ascolti chi ha fame, se vuole che Dio gradisca il suo digiuno. Abbia compassione, chi spera compassione. Chi domanda pietà, la eserciti. Chi vuole che gli sia concesso un dono, apra la sua mano agli altri” (S. Pietro Crisologo - Discorsi).

In quest’anno giubilare e in particolare nel tempo di Quaresima, una manifestazione particolare della carità pastorale dei presbiteri è quella di saper dispensare con generosità la grazia del Sacramento della Riconciliazione, invitando i fedeli ad abbeverarsi a questa sorgente di Speranza, “insostituibile punto di partenza di un reale cammino di conversione” (Papa Francesco - Spes non confundit). Per questo “nelle Chiese particolari si curi in modo speciale la preparazione dei sacerdoti e dei fedeli alle Confessioni e l’accessibilità al sacramento nella forma individuale" (ibidem).

Un impegno pastorale che talora può risultare faticoso per quanti sono spesso da soli alla guida di una comunità parrocchiale, ma che sarà feconda per il cammino di rinnovamento e di crescita spirituale dei fedeli affidatici. “… a immagine del Buon Pastore, il prete è uomo di misericordia e di compassione, vicino alla sua gente e servitore di tutti … Chiunque si trovi ferito nella propria vita, in qualsiasi modo, può trovare in lui attenzione e ascolto… In particolare il prete dimostra viscere di misericordia nell’amministrare il sacramento della Riconciliazione; lo dimostra in tutto il suo atteggiamento, nel modo di accogliere, di ascoltare, di consigliare, di assolvere… Ma questo deriva da come lui stesso vive il sacramento in prima persona, da come si lascia abbracciare da Dio Padre nella Confessione, e rimane dentro questo abbraccio… Se uno vive questo su di sé, nel proprio cuore, può anche donarlo agli altri nel ministero”. (Papa Francesco - Ai parroci di Roma 6 marzo 2014)

Come “ buoni pastori” siamo chiamati a precedere il gregge in un rinnovato amore e fedeltà nell’accostarci personalmente con frequenza al Sacramento della Riconciliazione riscoprendone i frutti copiosi per il nostro cammino di santificazione.“Lasciamoci fin d’ora attrarre dalla speranza e permettiamo che attraverso di noi diventi contagiosa per quanti la desiderano. Possa la nostra vita dire loro: «Spera nel Signore, sii forte, si rinsaldi il tuo cuore e spera nel Signore» (Sal 27,14).(Papa Francesco – Spes non confundit)

Febbraio 2025   

 

La santità nella vita ordinaria

"E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1,14). In un modo un po’ repentino il percorso della liturgia della Chiesa, a conclusione del tempo natalizio, ci ha portato a celebrare il Battesimo di Gesù nel Giordano. Colui che vedevamo neonato, avvolto in fasce e deposto nella mangiatoia, ci è comparso davanti ormai adulto e pronto a intraprendere il suo ministero pubblico di annuncio del Regno di Dio, di chiamata alla conversione, di rivelazione del disegno del Padre.

Tuttavia il desiderio del cristiano di penetrare il senso profondo dell’Incarnazione lo spinge alla contemplazione attenta di quella crescita di Gesù “ in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini”(Lc 2,52). Lo sguardo interiore va percorrendo quei tanti anni in cui Gesù visse a Nazareth, con Maria e Giuseppe, cercando di cogliere il mistero del “Dio con noi”: delle situazioni abituali dell’esistenza umana che vengono illuminate e trasformate dall'umanità di Cristo. Ad uno sguardo superficiale si sarebbe portati a considerarli “anni oscuri” – come talora sono stati chiamati - per l’assenza di una narrazione specifica nei Vangeli. Nella luce dello Spirito invece, essi diventano  “luminosi come la luce del sole” nel rivelare lo svolgersi del cammino della redenzione e della santificazione dell’esistenza umana nei percorsi della vita ordinaria.

"Gesù, che cresce e vive come uno di noi, ci rivela che l'esistenza umana, con le sue situazioni più semplici e comuni, ha un senso divino. (…) Per sei lustri Gesù non fu che questo: fabri filius, il figlio dell'artigiano. (…) la sua vita era stata la vita comune della gente della sua terra. (…) era noto come faber, filius Mariae, l'artigiano, figlio di Maria" (S. Josemaría Escrivá, 
È Gesù che passa, n.14-15).
I gesti, i pensieri, i desideri, le azioni, i compiti che si ripetono nell’esistenza quotidiana di tanti milioni di uomini e donne sulla faccia della terra nel condividere la vita famigliare, nel portare avanti un lavoro, nel nutrirsi, nel riposare, nell’intessere relazioni quotidiane con gli altri, ecc. sembrano realtà ovvie, necessarie, che consideriamo spesso senza valore, quasi anonime, riguardo al rapporto con Dio che sembrerebbe concentrarsi invece nella vita sacramentale e nei momenti esclusivamente dedicati alla preghiera. Eppure, dopo l’Incarnazione del Verbo, per il vivere quotidiano di Cristo a Nazareth, tutte le realtà della vita ordinaria si aprono a un significato divino. Vivendo quegli stessi gesti e compiti, Gesù esprimeva continuamente, attraverso di essi, la sua relazione filiale con il Padre: una realtà di amore, di unione, di fedele compimento della Sua volontà. Ogni suo gesto è una scintilla d’amore che intende accendere il fuoco dell’amore di Dio ai gesti della vita ordinaria di ogni uomo che vive la vicenda di questo mondo: “Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso! " (Lc 12,49)

Mi piace vedere la santità nel popolo di Dio paziente: nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante. Questa è tante volte la santità “della porta accanto”, di quelli che vivono vicino a noi e sono un riflesso della presenza di Dio” (Papa Francesco, Gaudete et exultate, n.7).

Durante quei trent’anni di vita a Nazareth, Gesù ha depositato nei gesti e nelle piccole azioni della vita quotidiana, qualcosa di santo. “Sappiatelo bene: c'è un qualcosa di santo, di divino, nascosto nelle situazioni più comuni, qualcosa che tocca a ognuno di voi scoprire” (S. Josemaría Escrivá, Colloqui n.114).
La vita ordinaria nel mondo diviene luogo dove Dio abita e dove ci attende per incontrarci, per portare avanti il dialogo con le sue creature, con i suoi figli e le sue figlie. Lì Dio Padre vuole che scopriamo la realtà del suo amore e che riconosciamo in quei compiti, in quei piccoli gesti, in quelle relazioni, la chiamata a dargli, come Gesù – e come Maria e Giuseppe - la nostra risposta di amore: con la premura, la diligenza, la carità, lo spirito di servizio, la laboriosità, la rettitudine che trasformano ogni gesto in un dono di amore a Lui. Le realtà della vita ordinaria si rivelano, in tal modo, come i piccoli passi del cammino di santificazione – di identificazione con Cristo – al quale è chiamato ogni battezzato. Seguendo le orme della vita quotidiana di Gesù a Nazareth - e con lui, la vita di Maria e di Giuseppe - la prosa quotidiana, si trasforma in poesia (cfr. S. Josemaría Escrivá, Colloqui n.116). Allora acquistano valore le piccole cose che spesso disprezziamo, protesi alla ricerca delle cose grandi: quelle realtà in cui poter riconoscere le nostre capacità o il successo che raccogliamo presso gli altri, quelle più grandi emozioni che sembrano poter colmare il senso della nostra esistenza.

Seguendo i sentieri tracciati da Gesù nella vita quotidiana di Nazareth, va crescendo nel cristiano una profonda unità di vita che allontana dal pericolo della doppia vita: “da una parte, la vita interiore, la vita di relazione con Dio; dall'altra, come una cosa diversa e separata, la vita famigliare, professionale e sociale, fatta tutta di piccole realtà terrene”, ci dice San Josemaría, che aggiunge: “No, figli miei! Non ci può essere una doppia vita, non possiamo essere come degli schizofrenici, se vogliamo essere cristiani: vi è una sola vita, fatta di carne e di spirito, ed è questa che dev’essere - nell'anima e nel corpo - santa e piena di Dio: questo Dio invisibile lo troviamo nelle cose più visibili e materiali” (Ib.).

Fare esperienza nelle piccole cose della vita ordinaria, di quanto Dio ci ama e cercare di dargli la nostra risposta di amore, ci rende sale e luce, annunciatori agli altri dell’amore di Dio.

È quando incontriamo il Signore che veniamo inondati da quell’amore di cui Lui solo è capace. Allora, «quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi», la vita cambia e «raggiungiamo il nostro essere più vero. Lì sta la sorgente dell’azione evangelizzatrice» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 8). Perché a quel punto l’esigenza di annunciarlo nasce spontanea, diventa irrefrenabile, anche senza parole, con la testimonianza” (Papa Francesco, Discorso 30 novembre 2019).

È dall’incontro continuo con il Signore nella vita ordinaria che si riverbera, su quanti ci avvicinano, la realtà della sua presenza e del suo amore: “L'apostolato, ansia che consuma interiormente il cristiano della strada, non è qualcosa di diverso dal compito di ogni giorno: si confonde col lavoro quotidiano, quando esso è trasformato in occasione di incontro personale con Cristo (…) il panorama diviene vasto e il cuore si riempie di ambizione di servire e di incoercibile desiderio di annunciare a tutte le creature i magnalia Dei [At 2, 11], le cose meravigliose che il Signore opera, quando non glielo impediamo” (S. Josemaría Escrivá, Amici di Dio, n. 264)

Contemplare con assiduità la vita di Gesù a Nazareth ci spinge a intrattenere con Lui un dialogo continuo nella vita ordinaria di ogni giorno, la illumina costantemente e ci muove a realizzare in essa, secondo l’esempio di Gesù, quell’incontro di amore filiale con il Padre che ci santifica e ci rende per gli altri luce che illumina, sale che dà sapore; ci trasforma in seminatori di pace e di gioia.


   Gennaio 2025